Servo di Dio P. Giovanni Minozzi

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Giovanni Domenico Roberto Minozzi venne al mondo il 19 ottobre 1884 a Preta, umile borgata della Città di Amatrice, appartenente allora alla provincia de L’Aquila, oggi Rieti.

Nacque 4° dei nove figli (5 maschi e 4 femmine) che coronarono l’amore di Pietro e Mariantonia Fonzi, modesta famiglia di pastori.

Fu battezzato il 20 ottobre da don Carmelo Scialanga, curato di Preta.

Ricevette la Prima Comunione e la Cresima sempre a Preta.

Apprese a conoscere l’uomo semplice, attraverso le genuine manifestazioni della umana natura, e a valutarlo, di conseguenza, per quel che realmente valeva, solo apprezzandolo per la capacità della mente, per la tenacia della volontà, per la sanità del sentimento e la onestà delle azioni, per l’attenzione che prestava e l’aiuto che dava alle sofferenze altrui.

Fondamentali per la sua prima educazione furono la madre e lo zio sacerdote.

Dalla madre, pia, gentilissima, forte, apprese la fiducia illimitata nella Provvidenza.

Determinante risultò la frequentazione dello zio sacerdote don Giuseppe Minozzi, vivente presso la casa natìa. Viveva di lui, nella sua luce, palpitando nell’onda fascinosa della sua personalità conquistatrice. Lo accompagnava di buon mattino in chiesa e gli serviva la Messa a Preta, a Capricchia, Trione e talvolta sino a Cornillo e Icona. Era incantato dai suoi racconti permeati di amor patrio.

Nel clima spirituale della casa, così intriso di pietà, sano di sentimento e forte di operosità, l’anima gli si aprì a ideali di completa donazione a DIO e al prossimo, maturando il proposito di indirizzarsi al sacerdozio soprattutto per la consuetudine con lo zio sacerdote.

Frequenta le prime tre classi delle elementari a Preta sotto il magistero di tal Domenico Odorisio, molisano. Immediatamente spiccò la sua precoce pensosità e la prontezza dell’intelligenza. In occasione della visita dell’On. Colaianni si guadagnò una moneta d’argento come primo della classe.

La morte dello zio sacerdote e i timidi ma chiari segni di vocazione indussero la famiglia, non senza sacrificio economico ed affettivo, a trasferirlo a Roma assieme al fratello Serafino.

Frequentò direttamente la quinta elementare presso la scuola a San Salvatore in Lauro, sotto le cure di Fratel Bernardino delle Scuole Cristiane.

Per il suo itinerario spirituale fa riferimento alla chiesa di S. Apollinare, retta allora da un suo conterraneo ed amico di famiglia, un mite sacerdote chiamato “Don Filippo dell’ Apollinare”.

Superati brillantemente gli studi ginnasiali come esterno, si iscrisse come interno per il liceo al Seminario Vaticano, godendo di un posto gratuito e vestendo l’abito talare.

Fu suo padre spirituale Mons. Franzini.

Paterno con lui fu il Rettore, Mons. Cani che gli affidò incarichi di fiducia e di responsabilità, come vice-prefetto prima e quindi prefetto.

In quel periodo perdeva il papà.

Il corso di teologia lo iniziò alla Gregoriana. Ma, sostituito Mons. Cani, dovette passare al Collegio de’ Figli di Maria (o dell’Immacolata), in via del Mascherone, iscrivendosi per la frequenza del corso teologico, all’Apollinare.

Erano quelli anni in cui fervevano idee di rinnovamento, agitando gli animi. Lo spettro del modernismo prendeva sempre più piede e contro di esso si inalberava un altrettanto ambiguo e detestabile reazionismo.

Il giovane Minozzi aperto alle istanze dei tempi nuovi dovette soffrire non poco la posizione comoda di spiriti (compresi alcuni dei suoi superiori) meschini che, per salvare la “carriera” non osavano esporsi ad un confronto sereno e rigenerante.

Pietà e dottrina resteranno le grucce su cui innerverà la sua personalità sacerdotale.

Riceve il suddiaconato nella Cappella di S. Giovanni in Laterano.

Viene ordinato presbitero il 5 luglio 1908 nella Chiesa dell’ Apollinare.

L’indomani accompagnerà, per la sua Prima Messa, da lutto, a Trevi nell’Umbria un suo compagno, don Aurelio Bonaca, che aveva perduto la madre il giorno innanzi l’ordinazione.

Il 12 luglio egli celebrerà la sua prima Messa a Preta.

Nell’autunno 1908 si iscrive all’Università de La Sapienza di Roma, in Lettere, ove frequentò per quattro anni.

Nel frattempo riprende lo studio della Lingua araba e di quella ebraica.

Nei giorni festivi svolge il ministero nell’Agro romano, dove fa esperienza di un inveterato e mai evangelizzato paganesimo proprio alle porte del centro della cristianità. Prodigandosi, non senza fastidi e richiami proprio da parte di quelle autorità che avrebbero dovuto condividerne l’accorata sollecitudine.

Provvidenziale fu la frequentazione del Cenacolo religioso-culturale del p. Giovanni Genocchi, dei Missionari del Sacro Cuore, ove si discutevano le istanze emergenti, scottanti e vitali, della modernità, interpretate alla luce del genuino spirito evangelico: i rapporti Chiesa-Stato, la questione sociale, la necessità di aggiornamento del clero, la riforma liturgica, il problema biblico.

Le vicende belliche generatesi agli inizi del sec. XX lo videro Cappellano militare nella Campagna di Libia nel 1912 e quindi al Fronte nella Grande Guerra del ’15-’18.

Durante quest’ultima si adoperò nel rivolgere parole di bontà, consapevole di essere consacrato, per vocazione, ad una missione di pace, nel tentativo di alleviare gli inevitabili disagi.

A tal fine escogitò e realizzò le Bibliotechine degli Ospedali da Campo e le Case del Soldato alla cui direzione e organizzazione fu deputato dal Comando Supremo e che ben meritarono la vittoria delle truppe italiane, soprattutto dopo la disfatta di Caporetto.

Nel 1916, a Udine conobbe il padre Giovanni Semeria con il quale avrebbe stretto un’amicizia ed un’intesa che, non solo avrebbe cambiato la loro storia ma anche quella di decine di migliaia di esistenze che la guerra e le avversità avrebbero reso nel corso degli anni privi di ogni sicurezza e protezione, primi i fanciulli, gli orfani.

Confiderà il Semeria: “Che bello; incontrarsi un frate e un prete da vie così diverse e volerei tanto bene! Forse mai s’ dato un esempio simile! … “

Conclusa la crisi bellica, nel novembre 1918 a Belluno, non senza un’ispirazione divina, suggerisce e quindi decide con l’illustre barnabita la fondazione di un’Opera per gli orfani di guerra.

Nasceva così l’Opera Nazionale per il Mezzogiorno d’Italia, inaugurata il 15 agosto 1919 ad Amatrice (Rieti) con l’accoglienza delle prime 12 orfanelle, e riconosciuta ed eretta in Ente Morale con Regio Decreto il 13 gennaio 1921.

Iniziava così quel vagabondaggio della carità che si sarebbe consumato nell’ arco non breve né facile di 40 anni… sostenuto e condiviso fino al 15 marzo del 1931 dalla infaticata presenza dell’anima gemella, p. Semeria, e di lì in poi dalla timida e via via più incoraggiante sinergia dei Discepoli, delle Ancelle e di tante religiose di circa una trentina di Congregazioni religiose.

Proprio per assicurare continuità e stabilità all’Opera, varcandone tuttavia i confini carismatici ed operativi, diede vita, il 1° novembre 1925 alla Pia Associazione della Famiglia dei Discepoli, insieme ad altri 4 sacerdoti tra cui il fedelissimo collaboratore p. Tito Pasquali al quale confiderà con i sogni, le speranze e le trepidazioni la formazione dei futuri collaboratori.

Con Decreto de113 agosto 1930, il Vescovo di Ascoli Piceno, Mons. Ludovico Cattaneo ne sottoscriverà il riconoscimento in Congregazione di diritto diocesano.

Le prime professioni, 13 più la sua, si ebbero il 1° novembre del 1931 dopo un noviziato di appena 40 giorni, per speciale concessione della Santa Sede.

Il 15 agosto 1940 ad Amatrice, sempre in diocesi di Ascoli Piceno, fondava, con la collaborazione della signorina Gina Valenti, la Pia Associazione femminile delle Ancelle del Signore approvata dall’ allora Ordinario Mons. Ambrogio Squintani.

Il 15 agosto 1961, Mons. Marcello Morgante, sempre ad Ascoli Piceno, la elevava a Congregazione di diritto diocesano.

Non solo in Italia, la sua azione si sospinse fino in Tunisia e oltreoceano negli Stati Uniti d’America ove approdò nel febbraio 1947 dopo aver ottenuto la benedizione del Papa Pio XII che lo ricevé in udienza privata il 15 gennaio precedente, offrendogli anche un milione di lire per le più urgenti necessità dell’Opera.

Partì febbricitante. “Quando già il treno stava per muoversi [daRoma], che è, che non è, mancava il biglietto ferroviario. L’amico Pietro Cidonio gli aveva pagato il viaggio in nave, non pensando, fuor d’intenzione, alla spesa occorrente per recarsi al luogo d’imbarco. Che fare? P. Minozzi non aveva letteralmente un soldo in tasca. Andava in America come un uccello trasmigratore, completamente confidato nella divina Provvidenza. E non lo sfiorava l’ombra della preoccupazione …Scattò la pronta generosità di Cesare Spizzichino, un ebreo che… provvide.

Ma come permettere che andasse così lontano senza un soldo? Il fratello Serafino se ne sdegnava come di un affronto personale e ne lo rimproverava, forzandolo con i suoi modi guerrieri ad accettare il poco denaro indispensabile. Riuscì finalmente a fargli scivolare nella tasca un marengo d’oro”.

Rimase in America per un anno e 37 giorni, vivendo da missionario, costituendo un Comitato permanente italo-americano pro orfani di guerra, con sede a 44 Whitehall Street a New York e appoggiandosi alle Case religiose degli Orionini, Scalabriniani, Salesiani e dei parroci italiani.

Con le generose offerte si realizzò soprattutto la costruzione dell’Istituto “Figli d’Italia” a Cassino e si ottennero larghi rifornimenti di viveri per migliaia di dollari.

Intensa e febbrile risultò la sua attività, soprattutto dopo la scomparsa dell’amico Semeria. Da solo dovette seguire le complesse vicende dell’ Opera, lo sviluppo delle due Congregazioni, tra difficoltà d’ogni genere che seppe accettare e superare con invincibile fiducia in DIO: “L’Opera è di DIO, non mia. DIO la vuole.

Preghiamo ed andiamo avanti …!” confiderà più volte all’anima discreta e fida quale fu don Tito Pasquali, solo a condividerne appieno le accorate ansietà.

“Egli assaporava l’assenzio di tutto, incapace di sospettare la falsità e la disonestà negli altri, ilare nel suo travaglio, come il leggendario cavaliere senza macchia e senza paura, poderoso trascinatore di un carro che nessuno spingeva. Era sua la fatica, suo il cruccio; ai confratelli legati al dovere nelle case e alle suore non chiedeva altro al di fuori del loro meritevole impegno! La parte sua voleva dare al Signore di persona; ed era tremenda parte quella che s’era riservata: linea di condotta scelta di proposito, per allinearsi alla forma di vita ispirata a s. Paolo che, oltre alla sollecitudine per le chiese fondate, provvedeva alle personali necessità col lavoro delle proprie mani, non volendo essere di aggravio a nessuno”. .

Le Costituzioni dei Discepoli approvate il 7 marzo 1931 e quelle delle Ancelle, nonché le Norme di Vita del dicembre 1952 tratteggiano inequivocabilmente i lineamenti spirituali e pedagogici che dovevano contraddistinguere il cammino e il procedimento del suo programma educativo rivolto a tutto l’uomo per uno sviluppo armonico della personalità.

Manifestazioni di esuberante vitalità le celebrazioni degli Anni Santi dell’Opera nel 1925, 1933 e soprattutto nel 1950 ove parteciparono ben 1300 orfani a cui il Presidente del Consiglio, il Presidente della Repubblica e il Santo Padre offrirono il pranzo per ciascuno dei tre giorni di permanenza.

Ebbe sofferenza dalla prima Assemblea (Capitolo) della Famiglia dei Discepoli nel 1941 quando dovette subire la ribellione di una parte dei giovani professi, proprio quelli più curati, in cui aveva riposto le più fervide speranze e che invece lasciarono in tronco la Congregazione con a capo il Segretario Generale, don Luigi Costanzo.

La notte del 30 settembre 1959 lo bloccò nell’inesausta attività. Acerbissime sofferenze ne imposero il ricovero all’ospedale Fatebenefratelli presso l’Isola Tiberina di Roma, alla camera n.40.

Sospettato l’indomani il male che non perdona, fu confermata la diagnosi il 16 ottobre successivo: tumore maligno al peritoneo.

Gloria a Te, o Padre! – mormora nelle trafitture del male. Gloria, dolcissimo Amore. O dolcissimo Amore!

Il 19 ottobre, giorno del suo 75° compleanno, il Padre confida: “Cammina la cara Famiglia. Sopravviverà. L’amore è forza di coesione. Vogliatevi bene”.

Il 26 pomeriggio riceve l’Unzione degli Infermi dal cappellano dell’ ospedale, devotamente.

Poi s’immerge in una tranquilla serenità: Sente ormai prossima la sponda dell’eternità. Il respiro è affannoso: geme, prega sommessamente: “Chiamami, Signore, portami con Te … Perché non vieni? Perdonami tutto. Madonna, portami con te. Che tremendo soffrire! Vieni, Signore”.

Nei giorni successivi è tutto un andirivieni di Discepoli, Ancelle, Ex-alunni, eminenti personalità della vita ecclesiale, politica e militare.

Il Santo Padre fa pervenire la benedizione; viene a confortarlo di persona il Card. Luigi Traglia.

Il Presidente della Repubblica quotidianamente s’informa sulle condizioni dell’amico infermo.

Il 7 novembre il confessore gli annuncia la fine imminente. Non si sconvolge: si faccia la volontà di DIO.

Il 10 novembre sopraggiunge il peggioramento con la febbre.

Convoca e benedice i confratelli del Consiglio generale.

Il mattino dell’ 11 novembre spunta già con la malinconia del tramonto. Resta solo un alito di vita. Bacia il Crocifisso, con indugio per consapevolezza d’amore.

Alle 10.15 l’ultimo respiro, pronto ormai all’incontro col divino Maestro.

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Il 14 novembre i funerali nella chiesa di Nostra Signore del Sacro Cuore a Piazza Navona.

Le spoglie mortali vengono traslate nel cimitero di Amatrice, dopo aver sostato per una notte nell’Istituto Femminile ove 40 anni prima ava preso il volo la sua Opera.

Il 13 agosto 1961 le spoglie furono tumulate nella Cripta della Chiesa monumentale dell’Istituto Maschile, ove attualmente riposano, meta di pellegrinaggio di ex-alunni e di tutta la famiglia minozziana.

Il 7 maggio 1999 il Card. Camillo Ruini, Vicario del S. Padre per la diocesi di Roma, ne ha aperto ufficialmente il processo canonico di beatificazione e l’11 aprile 2008 si è solennemente avviata l’Inchiesta Diocesana in san Giovanni in Laterano.

Le notizie sono state estratte dalle pubblicazioni:

  • – Romeo Panzone, P. Giovanni Minozzi, Roma-Milano, 1971
  • – Romeo Panzone, Tratteggio d’anima (scritti su P. Giovanni Minozzi), in EVANGELIZARE, S. Elia Fiumerapido, 1989