Giugno 1916

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1 giugno

L’ottimismo di certa gente fa rabbia perché è fatto soltanto di superficialità e d’incoscienza. Alle volte preferirei il pessimismo dei maligni a questi balordi sorrisi d’insensibili e stolti che cianciano di vittorie e di guerra, senza un fremito di passione, né un soffio d’entusiasmo mai, pronti solo a nascondersi come appare un’ombra di sacrifizio, un bisogno di lavoro e di lotta per loro. Pazienza: un più grande dolore forse purificherà e rinnoverà l’Italia meglio che una grande gioia e una grande vittoria!

2 giugno

Curioso come anche la gente più equilibrata, più buona, più religiosa persino non vi consigli che a badare agli affari vostri, a cercare la vostra salute e basta. Tanto poco è diffuso il senso della vita che passa, tanto poco la coscienza sociale umana è sviluppata in alcuni! Beati loro, in fondo. Sono davvero i signori della terra, essi! Per me è tormento e gioia la patria, l’umanità, tutto. Staccarsi dal mondo, che vale? Accumulare ricchezze e glorie terrene che monta? Vae soli! Accogliere nel proprio cuore l’eco de’dolori altrui, palpitare col grande cuore della patria e veleggiare con essa verso l’infinito… ecco la mia vita!

3 giugno

Fra poco, dunque gireremo la lancetta dell’orologio e salveremo l’Italia e le sue alleate. Lo diceva chiaro la Tribuna stasera. Indubbiamente noi affrettiamo d’un’ora la vittoria finale che abbiamo già accaparrata per noi da tempo e l’abbiam legata al nostro carro trionfale indissolubilmente. Consoliamoci, godiamo! Che valgono le vittorie della Germania e dell’Austria? Nulla. Sono esse povere vittorie d’oggi che non ci riguardano. Noi miriamo al domani: siamo idealisti noi, che idealisti! Chi dà botte oggi non fa che perdere; poiché s’indebolisce per domani quando l’ossa rotte dell’avversario potranno ricomporsi a vita e rianimarsi all’assalto. Già: ma l’esercizio irrobustisce le membra, si diceva pure una volta, e le continue briscole mandano all’altro mondo chi le riceve. Che avverrà domani, non so: fuge quaerere, ripete col poeta la sapienza antica. Io vorrei qualcosa per oggi alla patria mia, qualcosa diverso dalle chiacchiere vane. Troppa superbia non sta bene. Contentiamoci intanto di qualche vittoriuccia che ci faccia respirare. Poi penseremo se sarà il caso, al gran colpo finale! Ma voler tutto insieme, via, è un po’ pretenziosetto, io credo… Ah, la retorica, la retorica… Chi ne libererà l’Italia? Chi sarà il suo più grande benefattore?

4 giugno

La storia nostra precipita. Il destino d’Italia si va maturando purtroppo come il cuore non avrebbe giammai voluto, ma come prevedeva la mente. Impreparati assolutamente alla lotta immane, abbiamo ritrovate nelle antichissime virtù della razza l’energia per affermare ancora il nostro diritto alla vita; ma non per trionfare, non per la vittoria piena e la gloria immortale. I nostri mali sono antichissimi anch’essi e la breve giovinezza della nuova Italia non poteva sanarli nel pochissimo tempo che la storia le ha dato. Non poteva per una difficoltà naturale logica, a superar la quale si richiedevan forze straordinarie. Ma anche non seppe e non volle, e di questo la colpa risale in gran parte al governo, alla monarchia, al papato. Da che riuscì alla meglio a raccogliere le sparse membra sue, nessun governo ebbe l’Italia che, consapevole dei grandi destini della patria e pieno della storia di lei, sapesse indirizzarla a bene, reggendola fortemente e illuminatamente. Per la paura delle rivendicazioni papali si favorirono le innumerevoli sette pullulanti sull’organismo fiacco e anemico del paese, si fece una balorda guerra alla Chiesa fatta di puntigli piccini astiosi sciocchi senza alcuna forza ideale, senza neppure la brutalità d’una energia che si pasce d’odio e nel martirio degli altri divora se stessa per la reazione che desta. Nessuna fiamma ideale fu accesa, nessuna scaldò il paese scombussolato dalla rivoluzione e inutilmente desideroso de’beni promessi e sperati. L’istruzione pubblica – fucina di anime per l’avvenire – divenne monopolio della massoneria, strumento di male quando non languiva nel moderatume di qualche ministro svogliato o rimbambito. Una sola costante mira ebbe il governo: accarezzare chi più strillava e tirar innanzi senza grandi scosse. Parve lo movesse alle volte un’idealità democratica, un soffio della Rivoluzion Francese co’ suoi paroloni solenni; ma fu illusione. Il mondo andava da se. Il governo seguiva, travolto dai tempi che non conobbe e non seppe dominare. Sarebbe costato tanto poco educare le generazioni nuove a sentir più altamente di sé e della patria, a disciplinarsi forti in una superiore coscienza nazionale; ma nessun vi pensò. E i migliori esularono in cerca di pane, incuranti della patria, paria del mondo. E nessuno li guardò li custodì li amò. E gli altri s’accaneggiarono in un arrivismo spaventoso, tesserono fra loro le trame d’una burocrazia infinita per soffocare lo stato dopo averne succhiato il più bel sangue. Chi aveva parlato loro di coscienza civile? Chi aveva detto che era furto anche il furto allo stato, delitto anche l’ozio d’un impiegato? Nessuno. Arrivare arrivare a qualunque costo: questa sola era la mira, questa sola pareva la legge. Freno all’orribile corsa verso l’abisso avrebbe dovuto e potuto portarlo la Corona. Ma fu sventura grande che alla reggia mai abitò una persona di genio e di volontà, i piccoli re pure, impauriti dell’ostilità vaticana, si volsero a lambire i piedi de’ loro naturali nemici. Non seppero cercare una via d’accordo col potere religioso, scioccamente lieti delle vecchie fanfaronate liberali. Non capirono che era questione vitale per essi educarsi una maggioranza risoluta e fedele e che non potevano trovarla altrove che fra i cattolici. Con una cecità da arricchiti per sùbiti guadagni, si pavoneggiarono in atteggiamenti, imperialistici alle volte, democratici più spesso, e mai capirono nulla. Nemmeno all’esercito seppero pensare, primo sostegno d’un trono. Alle leghe socialiste innumerevoli non contrappose niente la monarchia. Nella vita nazionale fu assente. Doveva esserne l’animatrice, il perno, e ne fu la debolezza. Solo qualche pia donna regale riuscì a far convergere degli occhi verso la regia; ma non bastò all’impresa ardua e multiforme, non poteva bastare. Fu una luce, splendida per alcune, ma che fece maggiormente risaltare l’ombra e l’oscurità in cui sola brillava. Sentiva forse la monarchia di Savoia il suo destino? Sentiva la morte irrevocabile? Il Papato dal canto suo nulla fece per aiutare l’Italia a uscir vittoriosa dalla gravissima crisi in cui era caduta un po’ – e non un po’ soltanto – anche per colpa del potere religioso mescolato al politico e incerto e come stanco e cattivo verso di lei alle volte. Può dirsi che, in qualche modo, la colpa del governo monarchico e quella del papato s’equivalgono. La bilancia non trabocca da nessuna parte. Non educò i figli d’Italia la Chiesa: si chiuse in se con sdegno, inquieta arrabbiata gelosa. E tutto fece per dimostrar la sua ostilità piccina al nuovo regno. E nulla fece per ritrarre a salvamento il paese perduto. I suoi fedeli furono lungo tempo lontani dal governo maledetto. Nelle sue scuole, tra i suoi preti specialmente, gli usurpatori eran poco men che demoni. Non si pensò che al piccolo passato scomparso. Mai si ebbe un’idea chiara della posizione nuova e d’una soluzione ragionevole possibile. Si gareggiò in questo di cecità e di cocciutaggine col governo del re. E non si avvidero i capi della Chiesa che lasciavan intanto per quelle preoccupazioni terrene sbandare le pecorelle e avanzare un altro nemico più formidabile dell’antico. Non foggiarono per i nuovi tempi armi nuove come sempre avevan fatto i papi: si restrinsero nell’atteggiamento del fiacco vinto che piange e maledice. E si lasciaron gabbare da nemici della patria e scavaron un abisso tra se e l’Italia una che è popolata di cattolici e incamera i beni delle chiese e perseguita preti frati monache fedeli con una disinvoltura spavalda che le par naturale. Così siam giunti all’ultima crisi. Impreparati materialmente e moralmente abbiamo fatto un salto nel buio che affretterà i destini d’Italia non più necessariamente e non ancora quali chi la ama davvero li va bramando angosciosamente i giorni e le notti.

5 giugno

Segni non buoni. Alcuni non sanno e non vogliono guardare in faccia alla realtà e s’inquietano e v’accusano di non so che se v’azzardate e mostrarvi preoccupato degli eventi e raccontate fatti che v’addolorano ma son veri. Nossignore. I tedeschi perdono sempre, hanno perso sempre e perderanno sempre. Con questa persuasione noi abbiamo cominciata e vogliamo seguitare la guerra. Troppo poco. Altri vedono già il finimondo. E non può dirsi che tutti questi manchino di amor patrio. Ma nulla disgraziatamente è venuto a smuovere con forza le loro antiche inquietudini neutraliste e il loro timore è cresciuto coi giorni. Una persona seria stasera m’assicurava che il re passa un’altra gravissima crisi nervosa, peggiore di quella subita da lui poco prima della dichiarazion di guerra. Il vescovo di Vicenza seguita a mandare i tesori della sua Chiesa a Roma. Oggi ha inviato la magnifica corona della Madonna di Monte Berico. Il portatore – segretario vescovile – ha raccontato che Schio comincia a sfollarsi con rapidità. Pochi giorni fa di notte, a piedi, le povere suore esularono coi loro cento orfanelli e furono accolte a Vicenza. Da fonte sicura so che realmente le perdite nostre sono state gravissime. Le cifre combinano quasi con quelle austriache. Ieri, festa dello Statuto, poche bandiere per Roma. La massoneria non avea nulla al suo palazzo. Che penserà il governo? Ha coscienza della sua responsabilità, o s’illude e s’inganna da se? Povera e grande Italia mia!

6 giugno

M’han confermate stamane le notizie sul re. E m’han confermato pure che la dama inglese la quale avrebbe avuto tanta influenza a corte anche nel periodo ante bellum, sarebbe la educatrice di Iolanda, entrata umile al Quirinale e riuscita a dominarvi. Le donne!!

9 giugno

Com’è difficile esser veramente e sempre grandi, superiori in tutto alle frivolezze umane! Ci ombriamo noi alle volte e ci urtiamo per tali sciocchezze – fantasmi vani del nostro piccolo geloso orgoglio ferito – che a ripensarci ci paion cose inesplicabili. é un segno di più della nostra povera debolezza, che ci deve educare alla umiltà. La fama! Che sciocchezza cercarla ed amarla! Non v’è che il bene nel mondo da cercare e da fare sempre. Il resto è vanità e colpa. A guardarla bene, addentro la storia umana, si resta sbalorditi come mai tanti uomini piccoli e cattivi assai spesso l’abbian dominata, intessuta – pare − a lor modo. Effetti meravigliosi alle volte da cause assolutamente impari, chi mai ha saputo trarli? Chi se non Dio? E ministri occulti di Dio nel mondo chi sono stati se non i santi? La grandezza umana e civile de’ santi è tutta da rivendicare. Bisogna guardarli questi eroi nella luce nuova. Essi solo sono veramente grandi nel mondo. Mirabile armonia dell’universo: la musica è dominatrice e anima di tutte le cose. Il nostro linguaggio è una musica parlata. Togliete gli accenti naturali delle parole, che danno il ritmo e la melodia e non avrete più musica, ma neppure più linguaggio. Ripensavo ai canti goliardici del Medioevo. Non è vero che quei tempi fossero così oscuramente presi dall’ascetismo e dimentichi della vita fra le ritorte del dolore terreno e ultraterreno. é sciocca esagerazione umanistica e liberale. Nella fervida attività medievale i canti goliardici somigliano è vero, alle volte, alla rozza sfrenata gioia di gente dura sensuale ingorda; ma passano altre volte come lampi di vita gioconda, sorridono come iridi festose, brillano come fiori di primavera. La vita è stata sempre così, variabile e ricca all’infinito. Non s’è divisa e spezzata mai in se stessa; una e intera ha slargata sempre la sua corolla al sole. Devo ricredermi un po’. La nobiltà ha dato e sta dando parecchio alla patria in sangue e in denaro. Conosco delle nobili donne ammirabili e de’ giovani nobili pieni di slancio patriottico. La tristissima è la borghesia che la rivoluzion francese credeva di educare all’ideale della fratellanza e l’ha appesantita invece d’egoismo. Le tradizioni di famiglia si son risvegliate in molti nobili. Nella borghesia che doveva risvegliarsi? Non avea nulla di buono nel suo passato; avea i sùbiti guadagni raccolti rubando e succhiando in veste di liberalismo. Povera libertà, mai tanto vergognosamente abusata! – e nient’altro. Parlava di umanitarismo, perché le parolone le servivan a coprire le sue vergogne ma mai la borghesia arruffona egoista ladra ha palpitato per qualche cosa di alto e di nobile. Un soldo d’elemosina sì lo ha dato alle volte, ma per farsene bella, per burlarsi cinicamente, pavoneggiandosi, degli altri. Più nulla, la infame! E oggi s’imbosca nella sua viltà! E lascia ammazzare gli altri, mentre essa seguita a guadagnare, ridendo. Oh! la giustizia finalmente…

11 giugno

Chi legge in fondo alle cose lo prevedeva. Il Ministero ha avuto una forte minoranza alla Camera e dovrà necessariamente dimettersi. Che diranno i soldati nostri? L’ottimismo ha una strana teoria di seguaci che va dall’ignorante che non sa nulla, che poco ragiona al genio sovrano che sorvola su tutte le cose e tutto serenamente abbraccia. é ottimista spesso il minorita rozzo, come fu ottimista il suo gran padre Francesco. Il pessimismo raccoglie la somma maggiore degl’ingegni, anche elevatissimi. Il sole crea e distrugge la bellezza con una voluttà speciale. Guardate: somiglia ai fiori la gente di campagna: splendida all’alba della vita, quasi non ha essa primavera; tanto rapida sfiorisce. Le cure cittadine, lottando contro la dura fatica quotidiana e la possa dissolutrice del sole, han cercato salvar la bellezza, ma hanno infiacchito la vita. Mistero, sempre mistero!

12 giugno

Siamo in piena crisi. Indubbiamente il Ministero Salandra sconta delle colpe gravi. Io non credo che esso avesse chiara idea degl’interessi italiani, ne’ energia capace di superare le difficoltà del momento e conquistare alla patria il massimo risultato dagli sforzi innumerevoli e duri che il paese serenamente sopporta da tempo. Non credo però neppure che il Ministero organizzasse proprio esso direttamente le famose giornate del maggio 1915, benché le apparenze lo accusino, con una certa ombra di verità. Stimo di più l’onestà di Salandra. Ma certo lasciò fare allora il Ministero, troppo lasciò fare ai suoi ultimi amici che si dissero – ahimé! – l’unica, la grande voce della patria. E non si conobbe freno. E s’impedì ai più esperti di parlare. E si giocò con disinvoltura enorme l’avvenire del paese. Oggi Salandra esce dalla Camera, gettando il suo portafoglio, urlato fischiato ingiuriato… I socialisti lo hanno accusato con violenza: gli altri, interessati, o hanno fatto coro o han taciuto. I radicali senza coscienza, hanno appoggiato i socialisti. E va bene. Gli uomini, alla fin fine, son fatti così. Non c’è da maravigliarsene troppo. Oggi a me, domani a te. La vendetta è uno de’ più forti piaceri umani. La vada pure. Gli uomini passano fortunatamente. Ciò ne consola. Ma e la patria? Che vergogna un parlamento simile in un’ora così tragicamente solenne per la povera Italia nostra! Dove andiamo? La riconoscenza è un fiore che spunta sulla terra di rado. Lo trovi alle volte nascosto come le mammole, isolato, umile, pio dove meno te l’aspetteresti, lungo le siepi campestri, pe’ campi solatii, sui monti battuti dalla tempesta. Ne’ larghi piani, dove l’abbondanza e la ricchezza trionfano, difficilmente lo trovi. é un fiore che non ama la compagnia, certa compagnia. L’alito della folla lo dissecca pronto inesorabile.

14 giugno

Da quanto tempo noi non scriviamo più storia! Ci siamo ristretti e rimpiccoliti in povere ricerche biografiche. Senza ideali e senza Dio la storia non si scrive, perché la vita diventa necessariamente disorganica, acefala. In alto bisogna guardare. L’anonimo! Il medioevo amò il lavoro anonimo: è una sua gloria la cooperazione attiva e umile senza gare odiose, senza piccinerie sciocche: sentì esso fortemente la socialità d’ogni manifestazione della vita umana. E fece grandi cose. E preparò nuovi tempi nel travaglio de’ secoli. Noi siamo diventati gli schiavi d’una gloriuzza capricciosa, insulsa, cattiva. Anche quando la patria chiama, noi, se andiamo, vogliamo prima che si sappia bene da tutti che andiamo e perché e come andiamo. Siamo troppo farisei. E ci roviniamo anche negli utili nostri materiali privati. é il castigo, il primo castigo.

15 giugno

La pietà storica è grande in noi, ché andiamo affannosamente in cerca di tutte le minuzie sconosciute o poco note, di tutte le bellezze e le verità disperse e non amate; così come ricerchiamo col microscopio le tracce della vita negli esseri ascosi. Ma non abbiamo imparato da essa l’umiltà che naturalmente ne dovrebbe seguire, non abbiamo saputo – poveri e cattivi – ritrovar nella storia l’impronta di Dio, il condottiero supremo, la forza, la vita. Noi dobbiamo riprodurre degli uomini interi come Ozanam per rinnovare la società.

16 giugno

é una ridda di cose sbalorditive. Pare davvero che l’Inghilterra abbia tanto lavorato da imporre in qualche modo Sonnino agli Esteri. Ma e allora perché tanto accanimento contro Bülow l’anno scorso? Dobbiamo proprio essere servi di qualcuno noi? Se il re ha i suoi capitali in Inghilterra che interessa a noi? Ahimè! Annunziano intanto che un sottomarino o che so io ha bombardato Civitavecchia, a due passi da Roma. I giornali tacciono s’intende, e fan bene. Ma non potrebbero anche tacere le loro vergognose campagne parlamentari di questi giorni? Oh! vecchia borghesia maligna e corrotta…

21 giugno

Luigi! Quante memorie, Signore!… Le generazioni nuove avevan creduto poter fare a meno della protezione di questo grande santo della purità e dell’amore, e si sono illuse. La corruzione ha mietuto fra noi. La purità non è egoismo sterile no; è la più alta fiamma dell’amore; non è fine a se stessa, è mezzo a volare cogli angeli. Per rialzarci e nobilitarci dobbiamo tornar puri, fortemente puri nel più ampio significato della parola; dobbiamo rinunziare generosamente a tutto il fango della via, strapparci a tutte le viltà, a tutte le gioie false e balorde. Dobbiamo tornare uomini, figli di Dio.