Maggio 1917

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Benedetto XV

2 maggio

Giornata d’intenso lavoro. Ieri ero a Milano. Oggi riparto subito per la zona Gorizia dove i preparativi fervono. Spero che possa riuscire non inutile l’opera mia.

3 maggio

Ieri sera a Villa Rubini, presso il Comando del II Corpo d’Armata, da S. E. Garioni, pranzammo insieme con Semeria, Federzoni ecc. Io e Semeria tornavamo dall’alto Iudrio, dove l’amico aveva parlato al 6° gruppo Alpini. Più o meno tutti a tavola furono contro la politica debole del governo presente e del passato, contro il gesto cavalleresco di Salandra che entrò in guerra senza patteggiar nulla cogli alleati nostri giorni, rischiando la nostra vita. Federzoni disse che sperava però che nell’ultimo convegno di S. Giovanni Mariano, molto s’era aggiustato. Dopo pranzo continuammo un pezzo a conversare. Federzoni lamentò la politica interna del governo, ma osservò a giustificazione parziale d’Orlando, che Salandra aveva lasciato in rovina il Ministero degl’Interni: deficienza di servizio di polizia, mancanza di carabinieri, mancanza di idee sicure e forti, paura di tutti, il direttore di polizia – Vigliani – amante della moglie di Valente, un traditore ecc. Orlando, corresponsabile del vecchio Ministero, si scusa oggi gettando la colpa sul principale di ieri, e seguita per la stessa via. Così ci troviamo con un governo che non ha osato affrontare il problema delle diserzioni, ha costretto il Comando Supremo a sospendere le licenze per la Sicilia ove pare sieno rimasti già un ventimila soldati errabondi e a prolungare il termine utile per le licenze in zona di guerra – 10 mesi invece di 6 – con gravissimo danno pel morale de’ soldati sensibilissimi ai ritardi e inquietissimi per le mancate licenze. Del processo Gerlach, tutti si maravigliano che il Papa non scomunichi il traditore. Federzoni è ammirato dell’opera e della condotta di Meda. Ritiene lui e Bonomi i migliori ministri d’oggi, Bonomi pericoloso però. Ha anche molta stima di Martire. Nulla in fondo, per lui divide i cattolici dai nazionalisti. Giustamente egli notava come sia vana la leggenda d’una furberia speciale nella politica vaticana. Lassù invece sono d’una ingenuità e quasi leggerezza inconcepibile. Come si fa oggi, ad es. – diceva Federzoni – a fidarsi di Orlando e di Camillo Corradini, il capo furbissimo della democrazia bloccarda massonica neutralista? Eppure in Vaticano seguitano a favorirli, ad accarezzarli in ogni modo. È il senso della realtà che manca lassù. Federzoni è piuttosto ottimista pel domani, sebbene non veda chiaro nella politica nostra. È tutto Cadorniano poi e se ne gloria. Giolitti è morto per lui. Mandammo insieme io lui e Semeria un saluto a Genocchi e Corradini.

Federzoni è uno de’ tanti ufficiali scritturati da S. E. Cappello per la preparazione morale di questi giorni. Io notavo a lui, come all’avv. sottotenente Russo, la problematica riuscita di questa campagna parolaia. A me sembra che al soldato prima della lotta e forse sempre, non possa efficacemente parlare che il suo cappellano e l’ufficiale che rischia con lui la vita in trincea. Il resto lo inasprisce. Ieri Federzoni ebbe qualche segno d’ostilità. Convennero in sostanza con me pienamente. È logico. È umano. È naturale. Io l’ho detto chiaro anche a Semeria – l’amico che può parlare solo del resto con un suo particolare tono paterno – e l’ho spiegato bene anche al tenente Casati a Cormons.

Come io non amo parlare che nelle mie Case, fra una lotteria e una sonata di grammofono o un concertino, e parlare umilmente, fraternamente, così mi pare dovrebbero fare tutti quelli che non vivono la quotidiana vita della trincea. Semeria, approvando, mi vuole con se sempre ed è entusiasta delle Case. Federzoni pure ebbe tante parole buone per la mia iniziativa e per le mie osservazioni che trovò giustissime. Ma…

L’offensiva nostra s’avvicina. Il nemico lo sente ed è nervoso, s’attacca a rappresaglie. Riuscirà certamente. Ma dopo? La guerra continuerà purtroppo. Io non ne vedo la fine. Ero ottimista ieri, oggi non più. Militarmente torno alla mia idea, la guerra non finisce mai. E allora? È un guaio. È la grande prova de’ popoli, la prova di Dio. Federzoni paragonava gl’Inglesi ai Romani combattenti contro Cartagine. E Semeria lo stesso.

4 maggio

Ieri Semeria parlò alla Brigata Avellino. Il giorno avanti proprio, ier l’altro, avevano fucilato un giovane con giudizio sommario, un povero giovane che insieme ad altri pare aveva gettato lo zaino, reclamando prima la licenza negata ai Siciliani. Era figlio unico di madre vedova, un angelo m’han detto concordi al Reggimento, il 232. Io pensavo: che diranno ai soldati? Che noi si vada a giustificare l’operato altrui? E tremavo per l’amico che parlava.

Ier l’altro, mi dissero, parlò Federzoni allo stesso reggimento, strillando che bisogna schiacciare il nemico ecc. Non lo fischiarono, perché ebbero paura degli ufficiali; ma tutti ne furono scontenti, primi gli ufficiali superiori. Perché – osservarono i soldati – perché dobbiamo odiare gli austriaci, se al S. Marco essi curarono i nostri feriti e ce li rinviarono a noi?

Alla sera, ieri, Semeria parlò a Orsaria, agli allievi ufficiali. Parlò benissimo. Ma radi furono gli applausi, numerosi i zittii alla fine. È il corso, il primo corso degl’imboscati cacciati dal paese che portano naturalmente ovunque la loro triste viltà.

Oggi l’abbiam passato a Valerisce, alla Brigata Milano, forte e magnifica. Ho celebrato al campo io, ha parlato Semeria. Abbiamo inaugurato nel pomeriggio la Casa del soldato con una splendida lotteria. Bella giornata davvero e feconda.

Ma stasera d’un tratto m’ha assalito la malinconia: domani andranno incontro alla morte quegli uomini, o giovane, e tu?

Semeria mi domandava, scendendo da Cormons a Udine: Che fai? Non gli ho risposto. Ho solo ripetuto involontariamente i versi del Carducci: vogliam vogliamo… E ho taciuto. E l’amico pure ha taciuto. Il tramonto era sanguigno. L’aria fresca e calma. A Cormons ritengono sicurissima una vittoria, una strepitosa vittoria. Anch’io penso che vinceremo. Ma dopo?

9 maggio

Bagni Nuovi di Bormio. Giunsi ieri sera tardi qui con Semeria, l’amico che non mi vuol lasciare mai e al quale mi lega un affetto che non muore, nato da speranze comuni, da comuni ideali. Venivamo da Milano. Io ammiravo salendo la bella natura un po’ velata di nebbia, fresca di pioggia e leggevo Dante, il Purgatorio così umano e divino.

Pensavo alla tua bellezza infinita, o Signore, che ti riveli già tanto nella bellezza del creato, di cui i miei occhi insaziati sempre e insaziabili sono. Come sei grande e luminoso e misteriosissimo, Padre! Come abbiamo bisogno di Te, noi, povere creature frementi di desiderii infiniti e limitati nel giro angusto degli anni! Che saremmo senza di Te? Ecco io ti vedo splendere in una foglia, in un fiore, in un raggio di sole, ti sento parlare nel lento gocciolare dell’acqua, nel soffio lieve del vento, nell’impeto della tempesta; dovunque ti vedo, t’ammiro; m’esalto e m’inebrio di Te sempre e dovunque, o dolcissimo Amore, o infinitamente ricco, Signore del bello che sempre ti rinnovi e sempre diversamente trionfi nelle opere tue. Che sarà di Te nei cieli, o Dio? Se anni e anni io starei ad ammirarti, a benedirti dinanzi a un umile fiore, che sarà nei cieli per me? Reggerò all’esultanza piena del mio amore, o annegherò nell’ebrietà di tutto l’essere mio? O amante eterno, o tesoro, amore, bellezza, gaudio sublime infinito, ora comprendo, si lo comprendo, perché Tu squassi alle volte e mini la povera terra – ultimo forse de’ tuoi giardini fioriti – la turbi e la inquieti e l’annebbii, perché non si attacchi qui il nostro povero amore, ma sospiri a Te che di ben altre bellezze gli hai preparato la sede. O amante soave e geloso grazie grazie da ogni fibra dell’essere mio, grazie pel presente e il passato, grazie pel futuro ch’è tuo e di quanti sperano in Te.

Ieri a Milano il senatore Albertini si mostrò molto preoccupato de’ moti avvenuti nel Milanese questi giorni. Se la prese naturalmente col governo fiacchissimo e un po’ con i preti della campagna che, secondo lui, non fanno il loro dovere. Vedeva scuro anche nella Russia. Mi fece l’impressione d’un uomo che sentisse la gravità dell’ora e la propria responsabilità.

Domenica mattina 6 c. celebrai a Pubrida al 38 fanteria e parlai ai soldati. Era un reggimento segnalatoci per atti di ribellione e fucilazioni. Inaugurai una Casa del soldato. Nel pomeriggio venne a dir poche parole Semeria. Tenemmo una bella lotteria, organizzammo corse ne’ sacchi, musica ecc. La sera, quieta e dolce sera, era tutta una letizia. Risuonarono dovunque, liete e vivaci, le grida: «Viva l’Italia! Viva il 38° fant.». Se fosse meglio conosciuta la psicologia de’ nostri soldati, se fosse maggiormente curato il loro spirito stanco!

Lunedì, il 38 fant. andò alla fronte.

Ore 22

Magnifico il cielo. Sono uscito solo per una passeggiatina poc’anzi, fuori de’ Bagni Nuovi. Pensavo alle miserie politiche che turbano questi luoghi, alle povere vanità della vita e miravo il cielo divino con filiale riconoscenza al Padre che veglia e attende lassù. Sopra il massiccio scuro di monte delle Scale, ai cui piedi sembrava aprirsi – immenso portale luminoso – l’albergo ospitale, brillava lucida e bella una stella. Silenzio intorno. A valle solo il rumore dell’acqua cui l’Adda maternamente raccoglie. Oh nostalgia dell’eterno, oh desiderio ardente delle cose infinite! Perché, Signore, tanto amore di bellezza, tanta sete di gioia nel mio cuore? perché non posso io saziarmene mai? perché non accogliere in me, non cibarmi di tutte quante le cose? perché è così limitato e piccolo il mio cuore? Vedi, Signore, ardo come la terra secca spaccata dal solleone e le bellezze della vita mi sono come rugiada d’un lampo. Di te di Te ho bisogno assoluto, pronto immediato, o fonte d’ogni bene che solo disseti in terno. Vieni, prendimi, o Padre. Son tuo, tutto quanto tuo. Prendimi a te, avvolgimi nella tua luce, o sole che non tramonti giammai. Voglio vivere in Te, solamente in Te, o ineffabile amore mio, bellezza infinita.

12 maggio

Comando 5 Divisione – Edolo

Il 10 salimmo, io e Semeria, a Capanna Milano, parte in teleferica, in gran parte a piedi. Io mi spinsi sino al ghiacciaio dello Zebù, a 3050 sul mare e percorsi la mirabile galleria scavata nel ghiacciaio. Semeria venne più tardi, a sera. Magnifica sera. Scomparso dalle ultime cime il sole, il cielo pareva davvero un divino velario disteso sulle creste alte a sopire il sonno delle creature terrene. Azzurro dolce leggero aereo. Non un rumore intorno. La guerra tace lassù, taceva allora. Dopo cena solo nella baracca degli ufficiali si cantò. Cantammo tutti gli inni comuni, quelli della patria e quelli del cuore; due ufficiali dissero mirabilmente brani d’opere classiche e canzonette napoletane. Un vasto respiro di sollievo e di gioia agitava tutti. Semeria era lietissimo, cantava, cantava.

La notte io dormii pochissimo. Era molto fresco. All’alba mi levai. Tra il monte Confinale e Cima della Manzina colorite d’arancione, a breve distanza, in alto pendeva scolorata la luna. Quota 32.70 dominava, vincendo la neve che stanca s’accumulava in basso nel semicerchio e nericcia guardava alla valle che, furba, si perdeva lontano. Celebrai in una baracchetta. Semeria parlò all’aperto della poesia dei monti, della gioventù, della guerra. Parlava tanto bene, ch’io l’ascoltavo pregando e non mi sembrava far colpa. Deprecando la guerra, l’atroce guerra ch’egli detesta in se, l’amico esaltò gli animi al compimento del dovere nella luce de’ più puri ideali umani.

Per la teleferica riscendemmo a valle. A valle Semeria svestì la talare e in maniche di camicia con un passamontagna in testa, alto e bianco, e un bastone ferrato in mano prese rapido la discesa. Pareva un vecchio mago fatato, uno di quelli che vanno istoriati per le belle edizioni di Pinocchio. «Un grand’uomo in maniche di camicia o in veste da camera» disse egli sorridendo semplice. Veramente semplice e grande e geniale uomo che sente così forte l’amore del bello, del buono e del vero e ha così vivo il senso del mistero che ci circonda e ci avvolge.

A Capanna Milano ci accolse il maggiore Marzoli del battaglion Val D’Arco, simpatica figura d’ufficiale, dai capelli e la barba tolstoiana, che comandò già la Compagnia de’ Briganti in Val Fella. È nipote di Felice Orsini. Idealista generoso, dà tutto il suo a quelli che ne abbisognano e va senza cappello pei monti, ammirato ed amato. Oh quanto maggiore idealismo solo vorrebbe negli ufficiali suoi! Mi narrarono a Capanna Milano d’una uscita di Podrecca rimasta poco simpatica e d’un’altra di Benedetti del Giornale d’Italia, che arrivò lassù trafelato come fosse andato al polo e ne raccontò poi, ne scrisse di balle sul giornale pei gonzi!

Pel passo di Aprica arrivammo a Edolo in automobile. Prima di Tirano facemmo una puntarella al confine svizzero ove pronti i poco sicuri guardiani elvetici ci puntarono addosso binocoli e cannocchiali. Entusiasmandomi la bellezza de’ luoghi mi dava melanconia. L’amico la vedeva e me ne domandava il perché.

O Signore, io pensavo, infinitamente vario e bello e misericordioso, Signore che mi riempii di grazie, che d’ogni mio male ti sei vendicato ritorcendolo al bene, ripagandolo di più ampio amore, Signore perché? perché tutta questa bontà tua verso di me? Chi sono io, Signore? Che vuoi da me, o dolcissimo Amore? E perché ad altri hai negato, o Padre, egual somma di beni? Perché hai creato così bello il mondo, hai resa così dolce la vita e tutti non ne sazii appieno? perché accompagnasti l’inverno alla primavera fiorita? Dell’immortalità dell’anima e della resurrezion della carne parlai, scuotendomi con Semeria. E l’automobile veloce intanto ci portava per Valcamonica, lungo il soavissimo lago d’Iseo, a Brescia.

Risalii ieri sera stessa a Edolo. Semeria prese il treno per Udine. Salutammo prima insieme il general Camerana del 3° Corpo, Albricci della 5a Divisione e altri.

Stamane sono arrivato a Ponte di Legno. Quella Casa va bene. Ne ho combinate altre per l’Adamello e per Edolo.

Dovunque tranquillità e sicurezza.

27 maggio

Udine. Delle moltissime cose di questi giorni alcune sole ne segnerò per ricordo qui, ne’ momenti brevi che ho. Lontano dal paese ho cercato saperne notizie da varie fonti qui, a Milano, a Torino.

A Milano Gemelli dava parecchia ragione al Corriere della Sera sull’atteggiamento di molti preti stanchi della guerra, ed era leggermente pessimista. Parlò male anche del Cardinale. A torto, credo.

A Torino mi si garantì la rifioritura – se di rifioritura può parlarsi lassù – del giolittismo, e si accennò apertamente alla rivoluzione vicina. Rivoluzione del resto alla quale l’Avanti una quindicina di giorni fa consacrava articoli di fondo. L’on. Pacetti fida completamente sulla resistenza del paese, l’on. Schiavon n’è atterrito. Gli onorevoli Tasconelli e Paratore sono ottimisti. Il primo vede aperta la via al Comunismo però, a innumerevoli monopolii per lo meno, perché sarà impossibile arrivare a pagare i debiti colla tassazione ordinaria ad aliquote sul reddito. Catastrofico mi parve Costanzo Premuti il 24 c. a Staro. Dalle lettere di Barzilai, Bissolati, Filipperi ecc egli ricavava che fra due o tre mesi l’Italia avrà la pace o la rivoluzione. Spirito buono, egli se ne addolorava, ma costatava fatti, diceva. Fu severo con molti suoi correligionari imboscati. Simpatica figura. Era al Comando di Presidio a Staro. Stemmo a pranzo insieme nel giorno anniversario della guerra. C’era Semeria e un’altra venticinquina di preti radunati per i consueti convegni nostri. Povero Premuti! Mi disse che non amava tornare più a Roma, se le cose andassero male. E male purtroppo, secondo le sue previsioni, andrebbero. Ma egli non ha molto senso politico. Basti pensare che ritien per sicuro che sarà proprio l’Inghilterra a spingerci alla pace fra due o tre mesi, costituendo allora noi un peso morto per essa che deve pensare a rifornirci ecc.

Ieri viaggiai da Padova a Treviso con Bissolati. Fu gentilissimo. Aveva con sé il suo capo gabinetto. Più o meno contento del governo e del paese, egli ritiene che la Russia si riprenderà fra un paio di mesi e allora rinascerà la lotta. Anche lui s’è convinto che non si risolve nulla sul fronte franco-inglese, ma solo fra noi e i Russi deve cercarsi la vittoria. Per questo egli assicurò di aver lavorato e di lavorare. Rivendicò a sé anzi l’invio delle Batterie Inglesi sul Carso. Ora è diventato amico di Cadorna. Il capo gabinetto mi raccontò che visitarono insieme la Casa di Pio X, ne presero de’ ricordi e se li scambiarono a sera colla relativa firma. Strano! Pensare a quando Cadorna se la pigliava con “quel sergente che l’andatura dinoccolata d’un santone musulmano”! Come sono le lotte politiche!  Ha tempra d’idealista Bissolati, ma non lo credo ingenuo quanto sembra a parlarci, né grande politico. Egli vede assai forte ancora la posizione degli Imperi centrali pei quali la guerra avrebbe risoluto i problemi principali: soppressione delle piccole nazionalità slave, corridoio d’oriente… Constatazioni poco simpatiche, mi parvero, e poco assai confortanti. Ma, certo, mi parve dicesse il vero. Il suo capo gabinetto, Allamandola, mi disse (è credente lui) che Bissolati aveva mandato a dire in Vaticano per un certo Conte suo conoscente: «Esca il Papa, vada a trovare i feriti nostri. I feriti son sacri a tutti. io mi metterò a capo del popolo per andare a ringraziarlo». Non potrebbe farlo davvero il Papa? Che paura a visitare i feriti? Farlo almeno dopo il fattaccio Gerloch? Meschina e triste politica fanno laggiù! Intanto su le ansie i timori le paure le viltà di tanta gente debole o brava, sola, oggi come ieri, sicura e tranquilla trionfa la fede di Luigi Cadorna.