UN’ALTRA PROVA PER DON MINOZZI

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(PRIMI SINTOMI DELLA MALATTIA)

[Estratti da Padre Minozzi, Ricordi di Guerra, vol. I, pagg. 60, 79]

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Il 2 dicembre, ripartito da Milano, per UdineBelluno, mi spinsi fino oltre il passo di Falzarego traverso il Castelletto dove i “cecchini” fulminavano con terribile precisione. Non m’impressionava il pericolo, non mi faceva alcuna paura la morte, ammaliato dal mio sogno di bene.

All’Ospedaletto di Pocol, rifornito già largamente di libri e di giuochi da tavolino, trovai il prof. Mancioli otolaringoiatra di Roma, che, vedendomi assai sciupato, se ne impensierì affettuosamente e mi consigliò, m’ordinò d’urgenza un po’ di riposo. Egualmente insistettero il Colonnello Masperi Filippo, il Capitano Trompeo e il Tenente Vannutelli. simpatiche conoscenze romane che eran di servizio nella zona. In realtà la mia salute deperiva. La fatica de’ viaggi non facili — a piedi, a cavallo, su carrette stracariche, su automezzi d’ogni specie, su tutti i più strani mezzi di fortuna, nel sole nella pioggia nel vento, tra i polveroni asfissianti o il fango e la neve —, quel balzar di continuo dal piano ai monti, quel non dormir quasi mai, quell’affannosa ricerca d’aiuti per moltiplicar senza posa l’umile assistenza fraterna e quella scarsissima mia abitudine a ogni più elementare conforto personale, in una trascuratezza di vestiti irriguardosa al massimo de’ mutevoli tempi, mi logoravano, dandomi spesso febbri che cercavo nasconder a me stesso e tosse in permanenza. Ma andare bisognava. Ché tutto spingeva ad affrettarsi, tutto: nell’animo appassionato tutto diventava implacato pungiglione all’azione che urgeva. Un giorno che, sceso da un autocarro di fortuna, infangato e lacero, sfinito dalla stanchezza, trascinavo per la bassa valle dell’Ansiei, verso Auronzo, nell’acqua diaccia che cadeva a dirotto, un vecchio soldato della “Terribile” che m’aveva evidentemente seguito da tempo in quelle mie scorribande missionarie, mi si avvicinò, tra incerto e timido, umile umile mi tese con le dita della mano bagnata una lira, fiatandomi a testa bassa, in soavità dolce di bimbo, vergognoso: — Permetta, signor Capitano, — io portavo tuttavia i distintivi di Cappellano dell’Ordine di Malta — e l’accetti per le sue opere, per il bene grande che va facendo: non ho altro. E salutando militarmente si ritrasse rapido, s’ecclissò nella nebbia fitta, avvampato di pudore. Rimasi. Stetti a riguardarlo, sotto l’acqua, come impietrato.

Tremavo dentro di commozione. Sentii poi subito un brivido di calore scaldarmi immediato l’anima e il corpo, quasi infiammarmi. L’Italia quella! L’Italia sana, l’Italia schietta, la popolana Italia lavoratrice, l’Italia che affrettava il suo domani, soffrendo e pregando, l’umile Italia di Virgilio e di Dante. La vera Italia immortale! Come “la poverella” che “offerse a Santa Chiesa suo tesoro” (DANTE: Paradiso, X, 107-108), mi ricordava egli al vivo la parabola del Maestro che resta esaltata per l’eterno la donnicciuola che mise due monetine nella cassa del Tempio a Gerusalemme: poco, nulla quasi n paragone delle offerte di altri; ma un nulla d’oro veracemente, a giudizio di Gesù che concludeva il racconto: “Questa povera donna ha donato molto più degli altri.

Questi han dato ciò che a loro avanzava, lei ciò che serviva alla sua vita”. Non mi si toglierà mai dalla mente l’incancellabile ricordo. […] […] 16 dicembre, alle 10, con due soldati d’accompagno, armati di moschetto pei lupi che, nonostante quella sinfonia infernale, infestavano tuttavia la zona, salii alla 4a Batteria quasi in cima al Poret dove m’attendeva il Capitano Carusi che da tempo m’aveva per lettera, traverso anche suo fratello Monsignor Enrico, scrittore tra i primi della Vaticana, sollecitato a beneficare i suoi soldati. Arrivai mezzo morto. Tutta la notte il fuoco delle artiglierie rugliò, senza posa, e la mia febbre ardeva. Nulla mi fece il caldo della cuccetta assegnatami, nulla il magnifico sacco a pelo che mi dettero.

Naturalmente nascosi il mio male, mostrandomi forte e allegro. La mattina celebrai la Santa Messa all’aperto, sotto il fioccar lento d’una nevicata fittissima e parlai ai soldati. Verso le 3 pomeridiane un po’ di sole mi permise di veder bene la terribile cima Lana ond’era quei giorni piena la fantasia popolare e le posizioni nostre e le nemiche. La notte il chiaro di luna stupendo mi fece godere uno spettacolo mirabile. Dal Poret candidissimo sprofondavasi giù nera la vallata stretta del Cordevole. Col di Lana riposava anch’esso sotto il manto di neve cadutagli addosso le ultime ore. Freddo intensissimo. […] […] Il 18 mattina celebrai, pel vento impetuoso, nella saletta da pranzo del Comando. Tutto il giorno a conversar con ufficiali e soldati e distribuir i doni ch’erano stati portati su dalla vecchia scuderia: sigari, sigarette, passamontagne, calze di lana, saponette, carta da lettere, matite — oltre la dotazione comune che sistemammo in una graziosa baracca: Bibliotechina, grammofono. chitarra, mandolino, violino, scacchi, dame e tombole. La sera canti e suoni fino a tardi, in una festosità giocondissima.

Il 19, Domenica celebrai nella stretta corsia ove dormivano i soldati, perché fuori infuriava la bufera. Spiegai l’Evangelo della quarta domenica, d’Avvento, parlando del dovere sacro che incombe su tutti di preparare le vie del Signore, che sono le vie della giustizia e della verità per noi, per la patria, per l’umanità intera. Nel pomeriggio fui accompagnato dal Capitano Carusi al posto d’osservazione. Incantevole vista! Una striscia di color azzurro verdognolo fasciava le cime montagnose all’orizzonte. Dal pian di Cherz sparavano sul Lana e i proiettili sprofondandosi pe’ costoni del monte sollevavano nugoli di fumo, creavano pozze nerastre. […] […] Il 20, alle 14,30, ripartii per Pescul. Alla 4a Batteria lasciavo, oltre il resto, una bella Bibliotechina con libri, raccolti dai miei alunni del “Marcantonio Colonna” a Roma. Un artigliere della “4a Batteria Eroica”, — Di Donato Stefano, — mi offri — in ricordo simpatici versi suoi: un sonetto acrostico “A Gesù Pargoletto”; un canto “Per la nascita di Gesù Bambino” e una versione italiana dello Stabat Mater. Qualunque fosse il valore artistico delle poesie, mi commosse il pensiero gentile per me, più il riflettere come anche di fra tanti pericoli, dal limitar quasi della morte, l’anima cristiana sapesse ripiegarsi sui grandi misteri della vita religiosa ed elevarsi in Dio.

Dinanzi alla 5a Batteria fioccavano i proiettili nemici e non fu senza timore il passare. La sera dormii a Santa Fosca, all’Ospedaletto n. 60 (17a Divisione) dov’era Cappellano Don Giovanni Varrone al quale avevo mandato un Altarino e una Bibliotechina. Avevo le scarpe sfondate e i piedi gelati. La febbre aggricciava l’organismo sfiancato. Il 21 celebrai nella graziosa Chiesina dove aveva celebrato il Talamini e mi fermai a conversare con i Cappellani della zona e i pochi Preti soldati, ascoltandoli sfogarsi de mille inevitabili fastidi della vita non facile. Presi un boccone con l’uffi- ciale sorvegliante de’ magazzini viveri a Selva e me ne scesi poi a piedi a Caprile. Avevo urgenza di andare per tener fede alla parola di passar o il Natale o, per lo meno, l’ultimo dell’anno con i soldati di Cima Cogna, tra Calalzo e Auronzo, che non avevano mai avuta una Messa fra loro, mai visto un Cappellano.

Sul ponte di Caprile dovetti aspettare a lungo un mezzo di fortuna per Belluno. Tirava un vento diaccio, da polo. Io non avevo cappotto, non l’avevo mai avuto. Una maglietta leggera e logora tremava sulla carne affebbrata. Un soldato ebbe pietà di me e mi dette un passamontagna, uno de’ tanti ch’io avevo raccolto e portato ai fratelli combattenti: me lo ficcai in capo e via, finalmente, di su un camion scoperto, per Belluno. Il vento cresceva e m’investiva in pieno, sollevandomi in uno sbattimento d’altalena: ardevo e agghiacciavo.

A Belluno mentre scendevo dal camion, nel levarmi, di su la porta d’un alberguccio da dozzina, il passamontagna, mi sentii assordire di colpo una nevralgia acutissima mi avvinchiò, straziandola, tutta la parte destra del capo. Barcollai stordito, m’abbandonai come un cencio tra le braccia generose d’un soldato che mi sostenne, mi strinse a sè affettuosamente e m’aiutò a entrare. Presi non so che ristoro immediato e mi condussero a letto. Sbattevo per la febbre e il dolore fibra a fibra. Ero solo solo!

La mattina appresso, il 22, pur soffrendo assai per la nevralgia, volli uscire, verso le 11, a celebrare. Così il 23. Poi sembrandomi eccessiva viltà farmi vincere dalla spietata nevralgia, ripresi il treno, nel primo pomeriggio, e risalii la sera del 23 a Calalzo ove giunsi con quattro ore di ritardo, tormentato sempre da un implacabile dolore. […]

[…]  Il 26 ridiscesi a Belluno e proseguii per Udine dove la signorina Coari, tra altri, mi dette amare notizie di Padre Semeria ch’era riparato in Svizzera per gravissimo esaurimento. […]

[…] II male rodeva profondo.