GUERRA ALLA PORNOGRAFIA

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 Su un numero speciale dell’”ITALIA” uscito nell’ottobre 1915, don Minozzi scrive:

 

LA VOCE DI UN CAPPELLANO MILITARE

 Ill.mo signor Direttore dell’ “Italia”,

Plaudo di cuore sua santa campagna. In questa solenne e tragica ora della Patria, quando tutte le forze dovrebbero estere conservate pure ed intatte per la sua grandezza e la sua gloria è estremamente ributtante questo ripullulare sconcio di pubblicazioni pornografiche, che va salendo come marea putrida sino a intorbidare e infangare la serena giocondità delle nostre trincee.

Nessuno meglio dei cappellani militari e dei medici ne sa le tristi dolorosissime conseguenze. Io desidererei che tutti quanti hanno cuore largo e mente aperta insorgessero contro il pericolo grave che minaccia la compagine stessa del forte esercito nazionale. Bisognerebbe rigorosamente proibire che stampe malsane penetrino fra i soldati nostri nelle retro vie e per le trincee. La censura dovrebbe essere per questo lato inesorabile.

So bene, signor Direttore, che la campagna coraggiosamente iniziata da lei ha una più vasta e complessa portata nazionale, mirando a coordinare e disciplinare le energie molteplici onde ricca la Patria nostra, a risvegliare e raccogliere in una austerità forte e pensosa le forze che mai come oggi furono chiamate alle prove più ardue, al sacrificio supremo, Bene: non v’è parola che basti a bollare di turpitudine chi specula oggi su la miseria delle famiglie e sull’assenza vigile de’ fratelli e de’ padri per grufolare vigliaccamente nel fango. Gridi alto alto, signor direttore, contro costoro; ripeta ai deboli, ai vacillanti, ai paurosi, ai timidi, a quelli che pendono ancora tristemente fra la bontà e il male che non può contare la patria sull’alba serena di domani, se i figli suoi tutti oggi non sentono il dovere di prepararla concordi colla purezza e la fede de’ grandi che primi l’amarono e le offrirono il sangue.

Questo per tutti.

Ma io mi preoccupo ora in modo speciale de’ soldati, perché, vivendo un po’ in mezzo a loro, mi è parso meglio conoscerne i veri bisogni. Mentisce chi li dice cattivi, come esagera chi li afferma perfetti. No: sono mirabili strumenti di bene se nessuno li guasta, ma restano pure fragili creature che nella vita oziosa spesso delle retrovie sentono violento l’impulso oscuro delle passioni e cadono facili vittime d’una ignobile speculazione settaria che scruta i loro momenti di debolezza e mora ad inasprirli con cartoline procaci, con figurine lussuriose e lascive, con stampe oscene.

Su alle trincee la corruzione è più difficile, più lenta: il pericolo vicino, l’attesa trepida, la lotta aspra e quasi continua purificai soldati, ne esalta le energie buone, li eleva alle speranze immortali, li fa vibrare ai canti della patria, ai sogni della gloria. Ma giù nelle retrovie il guasto si propaga con spaventosa rapidità, per poco che si lasci aperta la via.

E v’ha purtroppo dei comandanti, mi dicono, che pensano ad aprire case di tolleranza in alcuni punti del fronte, in paesi che mai le avevano conosciute, E la più sconcia cosa che si possa immaginare. Non è con donne di malaffare che si calmano gli istinti sessuali di migliaia di giovani agglomerati in baracche sudice e strette, non è così che si preparano soldati alla patria; ma è col curarne l’igiene, coll’educarli al sacrificio, coll’infiammarli di alte; idealità patrie.

Parliamoci chiaro: io ricordo l’avvilimento dei soldati che a Tripoli caddero nel lurido laccio e dovettero essere prontamente inviati in Italia fiacchi e snervati, Si vergognavano di loro stessi, i poveretti, e imprecavano a chi li aveva consigliati, condotti al male, Le malattie veneree fecero allora strage dei nostri. Lo sanno tutti. Io lo vidi con i miei occhi.

Che non si ripeta lo scempio oggi. Per carità e per amore di patria.

I soldati che abbiamo consegnati, affidati allo Stato per la difesa della nostra terra, per il suo fatale ingrandimento nel mondo, devono restare puri e forti, baluardo insuperato e insuperabile contro ogni nemico.

Non li vogliamo guasti da nessuno: sono i nostri fratelli migliori, sono,la pupilla dell’occhio nostro e noi ne siamo patriotticamente gelosi. Ci pensi oggi chi deve, chi dovrà rispondercene severamente domani. Scusi, signor Direttore, e mi creda suo dev.mo

 

Sac Prof. GIOVANNI MINOZZI

Cappellano Militare

 

[articolo riportato in Ricordi di Guerra, vol I, pag. 42-45]

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