Febbraio 1916

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1 febbraio

M’ha ripreso violento il dolore all’orecchio. Grazie, Signore! Benedici ai soldati nostri, benedici pietoso alla povera opera mia.

4 febbraio

Ier l’altro a sera il prof. Bilancioni dove’ incidermi la membrana uditiva dell’orecchio destro. E ora devo andare la mattina a curarmi al Policlinico, la sera in casa del prof. Il dolore è stato acutissimo e si rinnova ad ogni medicatura. Fino a quando? E basterà ciò? Signore, la tua volontà io l’adoro: donami di compierla intera, purificandomi nel santo dolore! La gioia è egoista quasi sempre, direi quasi per natura, quaggiù. Quello che ci affratella più di tutti è il dolore. Esso, riconduce l’uomo all’umiltà e all’amore, vie della verità. Al mio libro – se riuscirò a farlo − metterò in fronte, accanto al titolo, la scritta: “La verità vi farà liberi” e poi”I’ parlo per ver dir, non per odio d’altrui, ne’ per disprezzo”. Soffro molto stasera!

5 febbraio

Signore! Soffro tanto! Accogli Tu i miei dolori in espiazione delle mie colpe, accoglile Tu per i soldati d’Italia che m’hai ispirato d’amare e da’ loro, Signore, la giusta, la santa vittoria!

6 febbraio

I giornali democratici e interventisti hanno ricominciata una fiera campagna contro il Ministero – pur sotto il regime duro della censura – perché esso dichiari quanto prima guerra alla Germania. Giusto: dal punto di vista della logica va bene. Non si capisce come perché un governo dichiari guerra ai Bulgari, ai Turchi ecc e dimentichi i nemici principali, i veri grandi antagonisti nella immane lotta. Ed è naturale che gli Alleati ci guardino in cagnesco, sospettino di noi. Ma gli Alleati hanno poi essi la coscienza proprio netta ne’ nostri riguardi? E torna conto a noi oggi nell’attuale situazione militare attirarci tutto l’odio germanico? Non è forse più prudente per lo meno aspettare ancora il momento propizio? O dobbiamo noi essere gli eterni cavalieri erranti, i soldati di qualcuno fuori di noi? Se ci siam messi volontariamente in guai, non è utile, mi pare, aumentarceli però ciecamente all’infinito. La patria è qualcosa di più delle nostre varie opinioni.

12 febbraio

Sabato. Casa di salute Kinesiterapico. Prati

Lunedì scorso alle 4 di mattina ebbi un assalto violentissimo di febbre che salì subito da 38 a 40,9. Lo stomaco dava sensi di vuoto orribili. Vennero a visitarmi De’ Fabi e Muzii. Nella notte sul martedì dormì presso di me Antonio Santorelli. Fenacetina e Morfina non valsero a farmi riposare sensibilmente.

Martedì dopo un lungo consulto Muzii-De’ Fabi, mi portarono qui al Kinesiterapico in previsione d’un immediato intervento chirurgico. I bravi medici amici erano impressionati più di me: temevano una infiltrazione di pus traverso la mastoide per altre vie della testa: cosa pericolosissima. Qui sono venuto sempre migliorando. Lo specialista Bilancioni più ottimista fra tutti, par abbia ragione. Il dolore all’orecchio va scomparendo. Ma quanto ho sofferto in questa ricaduta! Solo stanotte ho potuto ridormire un po’. Sia lodato il Signore! Ecco: io pensai un tempo che anche l’anarchia potesse essere ideale di vita, in quanto voglia significare non distruzione certo, ma amore di tutte le libertà, sì ché l’individuo potesse rassomigliarsi all’ape che succhia da ogni fiore il miele. In tal modo uno si librerebbe sereno in alto come svolazzando per ogni dove, senza legge e senza freni, senza desiderio di Dio… Così pensai. Ma non guardai che la realtà umana è diversa. E l’ideale nostro comune dev’essere l’ordine nell’amore, l’amore nell’ordine. Come il dolore cambia valore alle cose umane! Come le colorisce diversamente! Nient’altro può eguagliarlo in ciò. Esso è veramente il supremo educatore. Supremo e necessario!

13 febbraio

Se ti piace, Signore, richiamami a Te!

15 febbraio

Pare ci avviciniamo alla guerra contro la Germania. é l’inevitabile che si compie. Anche se non veniva Briand bisognava arrivare a ciò, per forza. Ma è curioso: ieri sera Corradini su l’Idea Nazionale parlava della grandezza del popolo d’Italia, e lo lodava appunto perché è esso il popolo che vuole la nuova, la più grande guerra. Di grazia: quale popolo? Quello di maggio? Questa gente non vede più nulla, non ragiona più: crede d’animare così gli altri e si fa burlare e li fa arrabbiare. Ricordo con che ironico disprezzo mi parlavan soldati e ufficiali de’ nazionalisti e de’loro giornali!… Oh se facessero meno chiacchiere e andassero veramente a compiere il loro dovere in trincea anch’essi! Venne ieri a trovarmi Rosi. Poveretto vede scuro e soffre tanto per la patria! é un uomo ammirabile per la coltura grande, l’ingegno vasto, la coscienza retta adamantina. Purtroppo i mali ch’ei nota sono quelli che ho notati anch’io sempre, mali che hanno la radice in questa benedetta bolsa retorica nostra che ci illude e ci fa passar sopra alle più gravi deficienze del nostro carattere. La guerra oggi è una spietata rivelatrice de’mali che ieri in pochi additavamo tremando pensosi. Gli Austriaci hanno occupato alcune trincee nostre sul Rombon nella conca di Plezzo: pochi giorni fa ne occuparono altre ad Oslavia. Ieri bombardavano con aereoplani Milano, Bergamo, Rovigo… Stanno dimostrando un’attività fenomenale. Bisogna prepararsi; bisogna essere pronti a tutto: arringare le folle e combattere. La patria deve essere salva!

16 febbraio

é venuto a trovarmi P. Genocchi. Dice che i Francesi, gl’Inglesi, i Tedeschi… son stanchi e che non dichiareremo guerra alla Germania. Certo, la stanchezza è generale; ma la dichiarazione di guerra alla Germania non credo come si possa evitare. Mi diceva pure Genocchi che D. Brizio è ammirato dell’opera del Papa per fatti che a lui constano personalmente. Ne sono lietissimo. Sicuro che il Papa lavora e in buona fede, pur io avrei voluto tanto di più! Ma chi sa, il Signore si serve misteriosamente de’ suoi mezzi. Domani forse, quando meno ce l’aspetteremmo, rifulgerà la gloria del pontificato romano. Coll’amico Mons. Carusi riandavamo ieri a tanti conoscenti nostri che pubblicamente facevano e fanno gl’interventisti guerrafondai e privatamente son tedescofili svergognati, pronti a denigrare ogni cosa nostra, incapaci di vero entusiasmo, ultimi sempre a prestare l’opera loro e a malincuore. Molti di questi tali son proprio della curia del Vescovo Castrense, altri son nazionalisti, professori, dottori… Ecco l’Italia!

Federici, Fedele per es. dell’Università di Roma prima della guerra sembrava volessero divorar l’universo: si misero a disposizione di non so quanti Ministeri; poi, tornati seri, preferirono alle trincee le case loro. Così mille altri.

17 febbraio

Fra qualche ora uscirò dal Kinesiterapico, non guarito, ma migliorato un po’. Signore, dinanzi ai dolori e alle sciagure di tanti infelici per la vita intera, ti ringrazio vivamente de’ piccoli e brevi dolori a me dati. Valgano, Signore, a purificarmi, a farmi intendere sempre meglio la santità della vita, il sacro austero dovere di non sciuparla giammai, di non perderla neppure un istante. Grazie, Signore!

18 febbraio

Non uscii più ieri, uscirò oggi dalla casa di salute.

20 febbraio

Da via della Sapienza. Leggo ora l’ultima lettera di Giosuè Borsi a sua madre e ricordo quella ultima pure d’Ezio Valentini. O Signore, dammi tanta forza di vita tanta gioconda serenità d’amore! Ch’io pure, Signore, giunga quando a Te piaccia alla vita senza morte, dando qui per la patria amata, per Te questa fragile vita intessuta di morte!

21 febbraio

Non riesco a spiegarmi come degl’Italiani possano compiacersi delle vittorie tedesche. Capisco bene il dissidio grave in chi pensava prima della guerra esser più utile all’Italia muover dall’altra parte, lo capisco, perché anch’io fui incerto allora e ora ne soffro; ma santo cielo, dal constatare dolorosamente le vittorie tedesche al compiacersene ci corre un abisso. Chi lo colma non ha mai pensato nulla, non ha cuore, perché non ama la patria oggi che la patria soffre. Sempre debolezze dunque, sempre viltà. é uno schifoso pullulare d’ipocrisia patriottarda in gente che segretamente odia la patria. Come faremo a liberarcene? Come potrà l’Italia rinnovarsi con essi, se nessuno arriva a snidarli e sospingerli a calci verso la morte? Chi sa, forse la morte, la vicinanza della morte almeno, riuscirebbe a rinnovare anch’essi; ma chi li scova dalle loro comode tane? Preti deputati socialisti, borghesi grossi e piccoli, impiegati senza coscienza, nobili senza anima, professori sciocchi increduli imbecilli, poveri vecchi, rammolliti nel loro egoismo… è tutta una triste genìa che ammorba l’aria, che appesta la patria. Che sarà vano il sacrifizio di tanta gioventù bella e serena? Che siamo destinati davvero alla morte? O Signore, se il sogno deve finire così, dammi prima mille volte qualunque morte a Te piacerà!

22 febbraio

Nessun uomo è possibile conoscere mai bene, a fondo. Siamo tale un groviglio di passioni noi, che spesso a noi stessi riusciamo nuovi strani, incredibili. Sii lento dunque nel chiamare uno amico, sii più lento nel giudicare, lentissimo nel condannare. Solo a Dio il giudizio, perché Lui solo è la luce. Si, il desiderio della libertà è uno dei più grandi dell’anima umana. Raggiungerla piena è impossibile quaggiù, ma ciò non toglie che il desiderio permanga eterno, violento alle volte, timido e pauroso in certe epoche di scoramento e di viltà, ma vivo sempre, vigile nelle anime nobili, in tutte le anime.

23 febbraio

L’uomo è sempre quello. Ricordalo. E l’abito non fa il monaco. Noi abbiamo troppo vaneggiato di progresso, di avvenire, di ideali salienti et similia, scordando la realtà intanto e rimettendo all’avvenire la giustificazione delle nostre colpe. Or tutto questo è vanità e stoltezza. Nell’ordinato sacrifizio di se a Dio e al prossimo sta ancora oggi come ieri tutta la sapienza. Nessun avvenire potrà superarla. Non favoleggiamo dunque, ma operiamo umili e buoni. é facile un atto d’eroismo, più facile assai di quanto si creda. Ed è dolce. Così un male qualunque: quando è breve ci si passa su, va bene. Ma il sacrifizio lento d’ogni giorno, d’ogni ora, ma la malattia che ti tormenta e ti sfibra per mesi… ecco il difficile. Ne’ primi giorni si dice: “Sia lodato Dio!” Ma dirlo con eguale animo dopo mesi e anni è da santi. Com’è da santi conservare verso i malati invariabilmente il volto sereno, l’amore zelante tenero operoso. Oh! come vorrei io essere solo col mio dolore, lontano da tutti, di peso a nessuno, solo col ricordo delle proprie colpe e la speranza in Dio! Sento che sarei felice. E non può essere quindi.

24 febbraio

Torna infaticabile il male. Le mie notti insonni sono un martirio. Signore, mi farai tu morire di questo male? E quando? O mi serberai per una morte sul campo, nel grato lavoro per la patria? O vuoi ch’io resti ancora lungamente a scontare le mie colpe, a viver tutto per te? I miei sogni coloriscono e abbellano incessantemente le tre vie: quale sceglierai, o Signore? Io non oso domandartene alcuna, tutte e tre piacendomi, o Dio. Ma se un desiderio io posso manifestarti, o Padre, è che mi tolga Tu dalla terra quanto prima a Te piace; poiché io sento paura della mia fiacchezza io non so trionfalmente resistere al male. Oh! se ti piacesse, o Dio, chiamarmi a Te quest’anno di tra i baluardi della patria dolcissima, tra i fratelli innumerevoli che vengono a Te! Ma, o Signore, nessuna consolazione, nessun premio io merito. Mi restano il dolore e le lagrime! Cresce cresce il dolore che mi cruccia. Morirò dunque così, o Dio? Va bene. Sii tu benedetto. Troppo bella sarebbe stata la morte sul campo. Non la meritavo. Ma, Tu, o Signore, danne eroi alla patria tanti tanti, sempre!

26 febbraio

ore 10½ (sabato) Fra poco tornerò al Kinesiterapico, dove sarò operato alla mastoide da Muzii. Sia lodato Dio! Kinesiterapico. La sera, a letto. La morte è la più grande benefattrice dell’uomo, la sua più grande luce. Dopo essa viene il dolore. Pensavo poc’anzi che i combattenti del nostro fronte, tornando domani alle consuete faccende dovrebbero parlare agli Italiani qui rimasti a ingrassare, ammonendoli così: «Fratelli – vogliam chiamarvi ancora col dolce nome che la viltà v’ha negato – fratelli, ecco, noi veniamo dal limitare del mondo: siamo stati fra la vita e la morte e abbiamo visto la inane grettezza delle vostre beghe, abbiamo abbracciato in un gaudio vasto e luminoso la serie vera dei valori umani. Fratelli, peccammo anche noi un tempo, ma ora l’esperienza ci ha ammaestrati, la morte ci ha illuminati: vogliamo rinnovarci dunque, vogliamo rinnovare tutte le nostre e le vostre case col vivo lume della fede che l’eroismo ci ha riacceso. Lasciateci al lavoro, fratelli, per il vostro e per il nostro bene. Riposatevi voi stanchi: lasciateci aperta la via…». Io credo ch’essi parlerebbero giusto e che delitto sarebbe non ubbidirli. Pensavo ancora: devo tenere questo altro anno alla Casa di Dante una conferenza dal titolo: “Torniamo a Dante”, a lui cioè, alla sua fede, alla sua filosofia lucida e serena, al suo amor di patria ecc, a lui che della tradizione italica cristiana è ognora la più grande voce. Comincerò senz’altro dai suoi versi: “O voi che siete in piccioletta barca…” Ché così veramente siamo stati sinora incerti e sballottati nelle dubbiose filosofie moderne. Un po’ tutti. Ma, come Giosuè Borsi, molti son tornati, molti torneranno alla fede e a Dante, alla fede per Dante. Leggo i Ricordi di Marcaurelio e mi vergogno di me stesso e m’incuoro ad un tempo. Scrive egli saviamente ( lib. V ) «Accetta di buon grado, per dura che t’appaia, ogni cosa che accade… perché ella non sarebbe venuta a qualcheduno, se non fosse convenuta al tutto…» E io, cristiano, dovrei lamentarmi dei miei dolori, atteggiarmi a necessario salvatore del mondo!? Oh povero sciocco! Benedetto sii, o Signore, nella gioia e nel dolore, più nel dolore che ti deve provare il mio povero amore! é stato con me l’amico De’ Fabi. Il Signore gli dia il lume della fede, gli snebbi la mente, lo accenda di Se. Ché egli è buono assai e gli manca solo l’aroma della fede. Domattina, domenica, alle 10½ mi opereranno, Muzii e De’ Fabi. Dopo Marc’Aurelio, l’imitazione di Cristo. Stasera me la passo coi libri che non sanno il tempo. Chi sa, potrebbe essere la mia ultima sera mortale.

27 febbraio

mattina. Nottata insonne assai triste. Fra poco mi raderanno più o meno come un galeotto e poi… alla morte!