Dicembre 1915

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6 dicembre

Da Roma passai a Milano. Il 2 e il 3 sono stato là. La nebbia fredda, umida, il fango delle vie, le notizie malinconiche e tristi de’ nostri treni mi dettero una nostalgia acuta, un senso di malessere doloroso, accresciuto dalle conversazioni di molti che mi assicurarono come i socialisti lavorino nel Lombardo e guadagnino rapidamente terreno. V’ha de’ paesi, mi dissero, ove guai a parlare ancora di guerra. E v’ha delle cartoline sfuggite alla censura e arrivate dal fronte con su scritto chiaramente: “Abbasso la guerra!” Contro Salandra ne dicono d’ogni colore. Tutti lo conoscono oggi. Pubblicamente mentiscono tutti per paura o che so io, ma privatamente, ne’ salotti, tra persone colte e incolte si impreca a lui come a chi guida l’Italia verso il disastro. L’adesione al patto di Londra e l’estensione della guerra ha prodotto impressione enorme. Il macello s’allarga, dicono.

  • Ma allora, ho domandato, come si spiegano le accoglienze ultime di Milano a Salandra?
  • Oh! Bella! m’han risposto, sono i compari del Secolo e del Corriere, i venduti patriotti nuovissimi. Il Corriere! Ma se ha cambiato sempre direzione col mutar de’ venti? Se Albertini è l’uomo meno intelligente e onesto d’Italia, l’uomo che sa quando e come vendersi e a che prezzo!…

Queste amare riflessioni m’accorarono. Se lo spirito pubblico comincia a disorientarsi così – e in realtà non comincia da ora – se si deprime di più, dove andiamo? Ancora: il 3 sera ebbi un’adunanza del mio Comitato delle Biblioteche. Anch’esso mi dà guai. Bertacchi non ha forza, non ha attività, non ha slancio! Dubito anche del suo grande ingegno. L’on. Candiani che intervenne alla adunanza è uno de’ vecchi liberaloni che chiacchierano senza logica e senza cultura, comprendendo a fatica e male gli altri, ascoltando vanamente se stessi. La Brambilla che m’avevan data per serissima è una vanitosa irrequieta, che vuol parlar di tante cose non sa e mette in vista la sua sciocca saccenteria muliebre. Tutti, diceva bene Lanzerotti, hanno o vorrebbero milanizzare il Comitato. Codesta psicologia regionalistica piccola e gretta de’ Milanesi che si credono essi soli buoni e bravi nel mondo a tutto, mi annoia maledettamente. Non ne posso più.

Il 4 sera, tardi, arrivai a Cormons.

Avevo il giorno sostato a Udine e rivisto un soldato di Trione, Quattrocchi Alfredo. Avevo anche cercato invano di P. Semeria: il poveretto per una forma di esaurimento nervoso s’è dovuto allontanare da Udine. E soffre nella lontananza, perché non può fare il bene che faceva stanco continuamente al Comando supremo con Cadorna. A Cormons sono stato gentilmente accolto al posto di soccorso della Croce di Malta. Ho dormito in camera del tenente medico Visconti e ho mangiato alla loro mensa, insieme ad altri ufficiali simpaticissimi. Cormons ha bisogno di tutto. Mai nessuno v’ha predicato ai soldati. In nessun luogo possono essi ritrovarsi. L’ozio ammazza quelli che non lavorano. E son molti! V’hanno però aperti due postriboli.

Semeria non v’è apparso mai. Due preti soldati m’han detto che il vescovo castrense se v’è giunto – che non è certo – non è sceso forse neppure dall’automobile.

Si capisce. Il cannone romba notte e giorno vicino e le granate fanno ogni tanto le loro visite poco gradite. E il colera mai è scomparso del tutto, il triste colera che ora incrudisce nel medio e basso Isonzo con una mortalità del 4%. Ho fatto domanda al general Capello di lasciarmi aprire un localetto per soldati a Cormons città, e due ne’ pressi di Cormons, tra i baraccamenti invernali. Non m’è riuscito veder lui personalmente, che era in giro. Gli ufficiali che l’hanno intesa hanno approvato l’idea. Vedremo che succederà. Il conte Faina perugino, tenente volontario della Croce Rossa, m’ha pregato e ripregato di far qualcosa, ché tutto stagna, tutto è noia e tristezza nella cittadella fangosa, austriacante. V’è solo il giuoco che assorbe i riposi degli ufficiali. Da Cormons partii il 5 sera. A Montebelluna mi fermai per dormire. Incontrai il mio vecchio II treno e rividi i pochi che non avevo rivisto a Milano. Povero treno, com’è malinconico, com’è triste ora! Che carichi strambalati, orribili! I soldati ammucchiati, mal nutriti, mal curati, le corsie sporche, gl’insetti un po’ dovunque, la discordia, o per lo meno la freddezza fra tutti!… Così, m’hanno assicurato, anche negli altri treni. é un guaio, è un delitto. E intanto Campostella regna a Belluno colla sua corte e dà spettacolo di se e si fa ridere addosso e si fa compatire. Ultimamente l’ha rotta anche con Morlacchi. Pubblicamente a Belluno, alla stazione gli mandò dell’imbecille e peggio. Non so se tutto lo sappia, Morlacchi. I compari son arrabbiati. Strano! Fedeli è l’ultimo rudero del vecchio treno. Anche le suore sono cambiate: n’è rimasta una sola, Fredesvinda. De’ militi rimasti non ve n’è uno contento. Rimpiangono il tempo, quando si lavorava, borbottando, ma si lavorava! Curioso anche questo!

A Calalzo sono arrivato alle 2½ pom. d’oggi. Ero digiuno ancora.

Viaggio lungo. Era con me un ufficiale d’ordinanza del generale X. che comanda le truppe da Pocol in su. Quante constatazioni amare m’ha fatte! quanto dolore ha accresciuto all’animo mio! La disorganizzazione de’ servizi militari è stata ed è grave, la impreparazione alla guerra è stata parimenti enorme politicamente che militarmente. Ricordo qualche fatto citatomi: Un mese dopo la dichiarazione di guerra mancavano ancora i cannoni in Cadore. Così, intimoriti, i generali non si mossero e il nemico ebbe tempo d’assodarsi nelle sue forti posizioni e prenderne altre sul nostro confine, altre che eran nostre e che non ha più rilasciate. Es. ne l’alto Comelico, Monte Cavallino ecc.

Impreparazione alla campagna invernale. Baraccamenti ancor oggi da cominciare su l’alte Tofane. Posizioni isolate, abbandonate all’eroismo muto, tenace de’ soldati. Ordini strambalati. A una batteria che aveva faticato non so quanti giorni per piazzarsi su una posizione difficilissima, ad un tratto riceve l’ordine di sloggiare e andare a prendere una posizione per la quale egualmente aveva faticato il povero comandante. I due maggiori delle batterie non credevano a se stessi: temevano d’ingannarsi a vicenda!… Ultimamente i colonnelli di due reggimenti non vollero ricever indumenti di lana, perché non sapevano dove metterli; non avevano baracche e i loro soldati ritti in trincee mobili non potevan tener troppa roba. Peggio. Viene la neve e chiude le strade. Da Cortina non si sale più a Pocol che in slitta e faticosamente. Le vettovaglie non arrivano: non vi sono mezzi di trasporto. Il comando d’Intendenza fa sapere che i comandanti di Pocol requisiscano i carretti ecc dei reggimenti avanzati. Questi rispondono: «e per le altre necessità noi come faremo? Se appena ci bastano pel servizio da Pocol in su?…»

Mi concludeva l’ufficiale: «Veda: eran con noi quattro deputati. Quarto, Scialoia, La Pegna… tutti e quattro infuriati contro il ministero Salandra, tutti e quattro egualmente noiosi, non desiderando altro che aver commissioni per svignarsela. Ebbene questi signori quando partirono ci promisero di parlar chiaro alla camera e invece… hanno votato solamente in favore del ministero…?»

7 dicembre

Ne sento di più. La cima di Col di Lana non è stata mai occupata da noi. La battono le due artiglierie. Non è di nessuno. Sasso di Stria neppure fu mai veramente occupato. Ora è in saldo possesso de’ nemici. Fra gli ufficiali v’è la critica ai nostri, l’ammirazione al nemico. Tra i soldati v’è quel senso fatalistico di tirar innanzi per necessità perché c’è la fucilazione… e ne’ migliori perché vedono egualmente soffrire i loro superiori e hanno fiducia in loro. Entusiasmo non ne trovo purtroppo. Alcuni mi smentiscono le atrocità austriache. Un ufficiale m’ha detto che li ha visti lui curare i nostri feriti, seppellire i nostri morti… Quanto ai prigionieri o stan benone o son de’ vigliacchi che fingono e arresisi per paura, ne contan d’ogni genere. E i nostri se le bevono. Es. Uno si presenta. Gli domandano: «Quanto tempo è che non mangi?» – «Due giorni, tre» – «E come sei campato?» – «Eem» – «Bene: mangia con noi: ecco il rancio caldo, buon riso in brodo». Il prigioniero annusa un po’, poi mangia qualche cucchiaiata di riso. E basta. Gli aprono lo zaino: è pieno di cioccolatte, di zuccchero… Perché non aveva mangiato? Risponde per lui la sua faccia rotonda, grassa e bugiarda. Altra prova dolorosa. Me la garantiva un ufficiale sul suo onore. Una volta furon dovuti scalzare non so quanti prigionieri – certo oltre il centinaio – per rifornire di scarpe i nostri… Così, pensavo, come a Lavaredo gli Alpini andavano all’assalto per rifornirsi di indumenti di lana, di cioccolatte…

8 dicembre

Ho celebrate due Messe. Una nella Chiesa parrocchiale, l’altra al parco automobilista. In ambedue ho rivolto poche parole ai soldati. Quanto hanno bisogno di buone parole! Vergine santa ispiramele Tu sempre! Stasera ho passato l’intera serata nella Bibliotechina affollatissima. Ho organizzato una seratina veramente graziosa: grammofono, chitarra, mandolino e canto. Vi sono de’ giovani del 6 genio che dicono bene e cantano magnificamente. Sono contento, benché non abbia cenato affatto. Ho solo la nostalgia del bene. Perché non averlo fatto sempre, perché non farlo completo a ogni ora? O mio Dio, come piange nel mio cuore il ricordo! Aiutami Tu, perdonami Tu, o Padre dolce e clemente.

11 dicembre

L’allocuzione del Papa ha destato un vespaio. Non poteva risparmiarsi? Non è segno di politica incerta e ambigua, di troppa politica? Oh quanto meglio si facesse più religione, si parlasse più alto di Dio ai popoli frementi nella lotta lupina.

13 dicembre

Son risalito ieri l’altro alle Tofane e ho dormito lassù. Eri l’altro sera alla mensa degli ufficiali nell’ospedaletto 0.63 quante critiche all’organizzazione nostra militare, quanti guai svelati! é inutile. La Germania s’impone coi fatti. Noi chiacchieriamo troppo, non tanto noi, quanto gli alleati nostri. Il prof. Leotta se la prendeva col servizio sanitario che è stato deficiente davvero in alcuni posti, in altri sovrabbondante, inutile. E quanto male dissero degli ufficiali in genere! Ve n’è di chi si nasconde, chi s’ubbriaca, chi non fa nulla per non farsi silurare, come ora dicono, chi è troppo vecchio, chi troppo giovane e incapace. Ieri ho pranzato col colonnello Masperi, prossimo generale comandante tutta Val Casteana. Ho rivisto mio fratello Geremia e l’ho accompagnato sino al primo trincerone delle Tofane, ove ho distribuito ricordi varii ai soldati del 45 fant.

14 dicembre

Ho visitata la Bibliotechina di Auronzo che va benone.

15 dicembre 

Stamane son tornato a Val Marzon. Spero aprirvi una baracca ritrovo per i soldati. Splendida giornata. Il sole raggiava su le bianche Dolomiti.

17 dicembre

Ieri sera arrivai qui al Poret. Da Belluno venni in automobile sino a Pescul e da Pescul salii, parte a cavallo, parte a piedi sino qui. A Pescul mangiai cogli ufficiali del 13 artiglieria. Furono tutti assai gentili, a cominciar dal colonnello Degli Uberti. Il cappellano D. Zanchi si prodigò in cortesie. Pescul, patria del Talamini, è un paesetto modesto, misero all’aspetto, non misero in realtà, mi dissero. Vicino Selva, varcati i vecchi confini, la strada s’inerpica ripida, aspra, traversa altri paesi più o meno ora abbandonati e distrutti e sale al Poret. I nostri soldati hanno fatto questa strada di notte, sotto il tiro nemico. Maravigliosa l’ascesa! La luna occhieggiava rara di fra le nubi su pel mare di montagne, bianche e nere. L’aria era calma, non troppo fredda. Sopra Sarranei ci caddero le bestie da soma e dovemmo scaricare la roba ch’io portavo in dono ai soldati, nella prima vecchia scuderia in abbandono. Poi salimmo alla quinta Batteria. Gli ufficiali intelligenti e gentili hanno con loro un fior di galantuomo, il maggiore Castagnetta. Mi dettero da cena, m’usarono ogni riguardo. Come si sono appollaiati colle graziose baracche sotto le rocce squallide, negli angoli morti! Verso le otto andammo all’osservatorio. Tiravamo violentemente su Col di Lana. Il maggiore telefonò al Settore nostro del Nuvolao se doveva intensificare il fuoco: gli fu risposto di sì. E via coi colpi ogni dieci minuti prima, poi ogni minuto per poco però. Sul Lana s’alzavano i razzi luminosi degli Austriaci, scoppiavano le bombe nostre e le austriache. Cos’è la guerra! Sereni e tranquilli gli ufficiali artiglieri dirigevano i colpi. Alle 10 con due soldati d’accompagno, armati di moschetto – ché pare ci sieno ancora de’ lupi qui – salii qui alla quarta batteria, dal capitano Carusi. Sono in casa mia. Tutta la notte il fuoco delle artiglierie è stato continuo, violento. Ho dormito in un sacco a pelo benissimo. Stamane ho celebrato Messa sotto il fioccar della neve, all’aperto. Verso le 3 pom. un po’ di sole m’ha permesso vedere bene il terribile Col di Lana e le posizioni nostre e le nemiche. Quante vittime lassù! Stasera ho un po’ di febbre. Ho le scarpe rotte e bagnate…

18 dicembre

Stasera un magnifico chiaro di luna m’ha fatto godere uno spettacolo mirabile. Dal Poret candidissimo sprofondavasi giù nera la vallata stretta del Cordevole. Col di Lana riposava anch’esso sotto il manto di neve cadutagli addosso nella notte. Stamane ho dovuto celebrar nella saletta da pranzo. La sera s’è chiusa con canti e suoni di chitarra e violino.

19 dicembre

Domenica. Ho celebrato Messa tardi nella stretta corsia de’ soldati perché fuori nevicava e altro locale coperto così ampio non c’era. Ho ripensato alla Nave Ospedale di Libia. Tutti erano alla Messa, ufficiali e soldati della 4ª Batteria. Ho spiegato l’Evangelo della 4ª Domenica d’Avvento. Pare sieno rimasti entusiasti tutti. Con accenno speciale all’ora che volge e agli artiglieri ho concluso che noi dobbiamo far tutti il nostro dovere per preparare le vie del Signore, vie di rinascita spirituale per noi, vie di gloria per la Patria nostra nella quale Dio rivelerà ognora particolarmente la sua bellezza e la sua grandezza. “Così come voi artiglieri d’Italia, fratelli miei, spianate ai combattenti degli altri corpi con tiri aggiustati e precisi la via, noi tutti dobbiamo serenamente col sacrifizio generoso d’ogni giorno, d’ogni ora preparare le vie alla più grande Italia, con quella sicura fede con cui i padri nostri ne cominciarono il riscatto, dopo i tristi secoli della servitù e dobbiamo con vivo amore invocare su lei continue le benedizioni di Dio. Ché sì, deve esser finito il tempo dell’obbrobrio e del disprezzo, quando i poveri fratelli nostri andavano elemosinando il pane sudato e insanguinato per i paesi stranieri, vilipesi e scherniti da tutti. Sì, colla benedizione di Dio non mancherà alla patria nostra la protezione della Vergine che i grandi nostri cantarono e piansero divinamente: non mancherà e – lo sentiamo nel forte cuore filiale – questa mistica nave lanciata nel duplice mare che la bacia riprenderà l’antico cammino, veleggerà sicura e lieta verso il porto della gloria eterna”. Nel dopopranzo limpido e chiaro, sono stato invitato dal capitano al posto d’osservazione. Maraviglioso spettacolo! Una striscia di color azzurro-verdognolo fasciava le cime montagnose all’orizzonte. Dal pian di Cherz sparavano sul Lana e i proiettili sprofondandosi pei costoni del monte sollevavano nuvole di fumo, creavano pozze nerastre. I nostri rispondevano con i 149 che navigando per la valle fredda, salivano a tormentare la disgraziata cima del Lana. Qualche colpo nemico è caduto pure presso la 5ª Batteria ed è passato su noi sibilando verso la direzione di S. Lucia. In una piccola insellatura del Passo di Stria due austriaci stavano in vedetta. Essi certo vedevano noi, come noi essi. Le due artiglierie non hanno potuto eliminare nessuno dei due osservatori. I nostri salivano e scendevano per i costoni del Lana. Essi sono appena a una quarantina di metri dalla cima. In fondo alla valle, con senso di freddo e di dolore, si scorgevano i varii paesi incendiati e distrutti. Il laghetto di Alleghe pure era annoiato, plumbeo, giù lontano pel Cordevole nostro. Molti incitano all’odio contro il nemico. Nó io non farò così mai. L’odio è stolto: è forza che accieca e deprime. Può eccitare un momento, ma lascia poi dietro se il vuoto. Io predicherò sempre l’amore e la lotta giusta appunto perché animata dall’amore per la propria famiglia, la propria patria.

20 dicembre

ore 14½. Riparto ora per Pescul. Sparano sulla quinta Batteria, davanti alla quale devo passare. Lascio alla 4ª Batt. quasi completamente organizzata una discreta bibliotechina fatta coi doni degli alunni del Marcantonio Colonna.

21 dicembre

Ieri sera dormii all’ospedaletto di S. Fosca. Stamane ho celebrato in quella graziosa chiesuola, ove celebrò Talamini. Ho avuto accoglienze simpatiche da tutti i cappellani. Quanto bene se ne potrebbe trarre a saperli riunire ogni tanto, animarli, spronarli. Il Vescovo Castrense arrivò una volta sino a Caprile, disse due chiacchiere in Chiesa e se ne ripartì, senza neppure voler ricevere i cappellani che desideravano parlargli privatamente dei loro bisogni spirituali. Quest’uomo è un guaio. Tutti gli intelligenti me ne parlan lo stesso. Par sappia solo recitar discorsi guerrafondai, anche troppo guerrafondai. A Selva ho mangiato con Ugo Catena tenente sorvegliante de’ magazzini viveri. Poi sono sceso a piedi a Caprile e di lì in automobile son arrivato a Belluno. Strano. Mentre scendevo dal camion davanti all’hôtel Belluno, levandomi il passamontagna per rimettermi il cappello, mi son inteso assordire d’un tratto: una nevralgia rapida e forte m’ha rintontita tutta la parte destra del capo. Mangiato quindi un boccone alla meglio me ne son venuto a letto. Sarà quel che Dio vorrà.

22 dicembre

Ieri sera febbre e nevralgia oggi questa sola. Sono uscito appena per celebrare verso le 11. Pensare che il sole raggia per le montagne innanzi e che tanta messe aspetta il pigro mietitore! Pazienza! Sciocchi superbi: è bene impariamo una buona volta a conoscer chi siamo.

23 dicembre

Dormo ancora. La nevralgia seguita. Brava! Celebro alle 11½ e poi d’un tratto decido di partire assolutamente. Ho poltrito troppo. Con un ritardo di quattro ore il treno mi ha riportato qui a Calalzo. Al lavoro, per la gloria di Dio!

31 dicembre

Giunsi ieri a Roma alle 2½ pom. da Milano. Passai Natale fra Lozzo e Calalzo. Dovevo andare a Col Vidal ma la teleferica non agì e mi fermai a Lozzo. Lassù mandai de’ doni. La sera improvvisai una lotteria alla casa del soldato. Il 26, malaticcio, scesi a Belluno e prosegui per Udine ove ebbi notizie non molto confortanti dalla Coari: Semeria è lontano. Gli amici di ieri congiurano per togliergli il posto oggi. Il 28 tornai a Belluno sul mio II treno ospedale ripresi la via di Milano. La nevralgia mi ha accompagnato sempre. Regolai le faccende del mio Comitato, raccomandai a Pestalozza la sorveglianza sui libri e partii per Roma alle 10,50 pom. del 29. Il personale de’ treni – cavalieri, ufficiali e militi – è in subbuglio per le nuove riforme. Ne vedremo delle belle! All’ordine e m’han ricevuto Lambertangeli e Cusani con molta cortesia. é notte tardi ora: fra poco l’anno cesserà. Pensiamo: che ho fatto in quest’anno tragico e grande? O mio Dio, Dio dell’anima mia, con tutte le mie forze ti chiedo perdono delle mie colpe vili innumerevoli. Pietà, Signore, pietà, Padre mio, Padre amorosissimo! A Te lo prometto, a Te lo giuro che veglierò d’ora innanzi con più attenta cura su me; spierò e preverrò le mosse del nemico insidiatore e ogni momento consacrerò a Te, o Signore, alla tua gloria, al raggiungimento del regno tuo nel mondo. O Padre veglia nel nuovo anno su la casa mia povera e deserta, veglia su la patria che scegliesti Tu a sede della tua Chiesa dà a Lei la giusta vittoria, dalle la pace santa e duratura dopo averla, o Signore, resa una e libera dalle Alpi al mare per tutte le sue terre in tutti i suoi confini, raggiante di gloria materna in mezzo a tutti i figli suoi, nuovi ed antichi!