Le virtù teologali

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FEDE

La caratteristica di fondo è l’affiato religioso che animava il suo comportamento, rivelandolo come uno di noi e pure superiore a noi, radicato nel mondo nostro contingente e al di sopra di esso.

Appresa alla scuola della pia madre e dello zio sacerdote, fu irrobustita dalla riflessione allorché pervenne all’età critica quando le verità vengono filtrate al vaglio degli interrogativi. Cercò le risposte sui libri, che divorò nelle notti insonni, chiedendo nella preghiera approfondimento e chiarezza e pervenendo ad una visione semplice e forte, senza più tormento.

Dio si disvelò al suo servitore che lo cercava con rettitudine di mente e con docile attenzione primariamente nella Sacra Scrittura che sistematicamente studiava e meditava riecheggiandola con dovizia in tutti i suoi scritti, convinto che nessuna parola umana può sostituire quella di Dio.

Conquista e dono fu dunque la fede viva che gli allargò il senso di Dio, per cui procedeva egli tra le contingenze della vita come in una sorta di esaltazione estatica. Da tutto prendeva spunto e tutto lo riinviava a Dio. Camminava alla divina presenza. Conversava con Lui. Dalle urgenti e assorbenti necessità della vita attiva si rifugiava nel silenzio, nella solitudine, nel raccoglimento, risultando come immerso nel mistero di Dio, rendendosi “monaco nel mondo”, mirabile esempio di “contemplattivo”.

L’orientamento deciso ed esclusivo della sua vita era Dio, accolto in termini di totalità: ” … sospiro dell’anima, anelito dell’universo: meta nostra e nostro palpito profondo, sola speranza, beatitudine sola“.

Era convinto che soltanto vivendo in Dio e per Dio sarebbe stato fatto capace di bene.

La fede che cercava per sé e proponeva ai suoi Discepoli doveva risultare “non fredda fede speculativa; ma fede attiva, viva, fiammante; fede di carità. Fede che alimenta la vita interiore e ne è alimentata. La fede solo crea, la fede con l’amore“. E concludeva: “Da tempo non conquistiam più, perché non abbiamo fede“.

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SPERANZA

Monumentale e impressionante è stata la mole di opere e di iniziative intraprese e lasciate in eredità dal Servo di Dio. Non tutto venne di getto né si può arguire che trovasse egli la via spianata.

Quante lotte, lagrime, sangue ‘per vincere diffidenze, espugnare egoismi!

Eppure in letizia operava, ilare anche quando macerata recava l’anima. Lo sosteneva la convinzione che l’Opera era di Dio, voluta da Lui e che nulla e nessuno ne avrebbe potuto sopprimere l’espansione.

Significativa al riguardo la fitta corrispondenza epistolare con il fido collaboratore, don Tito Pasquali, dove ricorrono abbondanti le esortazioni alla speranza, al sicuro domani già predisposto da Dio.

CARITA’

La grandezza del padre non risiede tanto nella mole di istituzioni che seppe creare e portare avanti, in quella sua vulcanica e tenace creatività, quanto per la fiammante carità che ne era la sorgente e il motore primo e inesauribile.

Il massimo segno distintivo, la nota che lo caratterizza e lo sublima è l’ardente carità, quell’assiduo ed umile donarsi quotidiano, affannoso e lieto ad un tempo.

Egli cercava Dio, dovunque e sempre perché lo amava: “Dio cercar dobbiamo, l’Iddio personale, creatore e rimuneratore della nostra fede“. E Lo ringraziava d’ averlo chiamato a consacrarsi a Lui, d’averlo eletto a spendersi per i fratelli più bisognosi.

Amò Dio con l’anima del fanciullo, innamorato delle opere sue.

Sentiva la gratuità assoluta dell’amore di Dio, ne stimava il valore immenso, vivendo nell’ansia gioiosa e tormento sa di ricambiarla facendola fruttificare a gloria di Lui pronto a tagliar netto anche le relazioni più care, più intime, quelle del sangue e del cuore, tutto che ritardasse l’opera santificatrice della grazia.